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martedì 21 luglio 2015

Coppia, Tradimento e Relazioni.


Un interessante video in cui la dottoressa Esther Perel, terapeuta di coppia e della famiglia, si rivolge a chi ha tradito o a chi viene tradito esponendo un nuovo punto di vista per meglio comprendere le relazioni tra persone. 
L'intervento è tratto dal link:


E' un pò lungo ma molto interessante e offre diversi stimoli di pensiero e riflessione. 



Qui la traduzione dell'intero intervento:

Perché tradiamo? Perché le persone felici tradiscono? Quando parliamo di “infedeltà” a cosa ci riferiamo di preciso? È un incontro occasionale, una storia d’amore, sesso a pagamento, una chat di incontri, un massaggio con lieto fine? Perché pensiamo che gli uomini tradiscano per noia e paura dell’intimità, e che le donne tradiscano per solitudine e desiderio d’intimità? Un’avventura significa sempre la fine di un rapporto?
Negli ultimi dieci anni ho viaggiato per il mondo e lavorato approfonditamente con centinaia di coppie che sono state distrutte dall’infedeltà. C’è un solo tipo di trasgressione che può privare una coppia della propria relazione, della felicità e dell’identità: un’avventura. Tuttavia, questo fatto così comune è poco compreso. Quindi questo intervento è per chiunque abbia mai amato.
L’adulterio esiste da che è stato inventato il matrimonio, ed anche il tabù che lo riguarda. Infatti, l’infedeltà ha una tenacia che il matrimonio le può soltanto invidiare, al punto che questo è l’unico comandamento che viene ripetuto due volte nella Bibbia: una volta per l’azione e una volta per l’intenzione. (Risate) Così, come conciliamo ciò che è universalmente proibito e tuttavia universalmente praticato?
Nel corso della storia, gli uomini hanno avuto di fatto una licenza per tradire con poche conseguenze, supportati da innumerevoli teorie biologiche ed evoluzionistiche che giustificano la loro necessità di darsi da fare, la doppia morale è vecchia come l’adulterio stesso. Ma chi sa davvero cosa succede sotto le lenzuola? Perché quando si parla di sesso, la pressione per gli uomini è di vantarsi ed esagerare, mentre la pressione per le donne è di nascondere, minimizzare e negare, il che non è affatto sorprendente se pensate che ci sono ancora nove nazioni dove le donne possono essere uccise per adulterio.
Un tempo monogamia significava una persona per la vita. Oggi, monogamia significa una persona per volta.
(Applausi)
Probabilmente molti di voi avranno detto “sono stato monogamo in tutte le mie relazioni”.
(Risate)
Un tempo ci sposavamo, e facevamo sesso per la prima volta. Invece oggi ci sposiamo e smettiamo di fare sesso con altri. Il fatto è che la monogamia non ha nulla a che fare con l’amore. L’uomo faceva affidamento sulla fedeltà della donna per conoscere la paternità dei bambini, e decidere chi doveva ereditare le sue mucche una volta morto.
Tutti vogliono sapere qual è la percentuale di persone che tradiscono. Mi è stata fatta questa domanda appena arrivata a questa conferenza.
(Risate)
Sto parlando di voi. Però la definizione di infedeltà continua a espandersi: sexting, guardare i porno, essere attivo segretamente nelle app di appuntamenti. Poiché non c’è una definizione universalmente riconosciuta di che cosa costituisca infedeltà, la stima varia notevolmente, tra il 26% e il 75%. Come se non bastasse, noi tutti siamo contraddizioni viventi. Quindi il 95% di noi dirà che è terribilmente sbagliato da parte del nostro partner mentire su un’avventura, ma lo stesso numero dirà che è esattamente quello che faremmo se ne avessimo una.
(Risate)
Ora, questa è una definizione che mi piace di cosa sia un’avventura, riunisce tre elementi chiave: una relazione segreta, che è l’essenza di un’avventura; un legame in varia misura emotivo; e un’alchimia sessuale. Qui la parola chiave è alchimia, perché il brivido erotico è tale che il bacio che stai soltanto immaginando di dare può essere forte e seducente come ore e ore passate a fare l’amore. Come disse Marcel Proust, è la nostra immaginazione la causa dell’amore, non l’altra persona.
Insomma, non è mai stato così facile tradire e non è mai stato così difficile mantenere il segreto. E l’infedeltà non ha mai preteso un tale tributo psicologico. Quando il matrimonio era un affare economico, l’infedeltà minacciava la nostra sicurezza economica. Ma oggi che il matrimonio è un accordo romantico, l’infedeltà minaccia la nostra sicurezza emotiva. Paradossalmente, un tempo si ricorreva all’adulterio come spazio in cui cercare il vero amore. Oggi che cerchiamo l’amore nel matrimonio, l’adulterio lo distrugge.
Credo che ci siano tre modi in cui l’infedeltà ferisce in modo diverso, oggi. Abbiamo un ideale romantico per cui ci rivolgiamo a una persona per soddisfare un’infinita lista di bisogni: essere l’amore più grande, il mio migliore amico, il miglior genitore, il mio fidato confidente, il mio compagno emozionale, il mio pari intellettuale. E io sono: la prescelta, l’unica, l’indispensabile, l’insostituibile, sono quella giusta. Ma l’infedeltà mi dice che non lo sono. È il tradimento estremo. L’infedeltà manda in frantumi la grande ambizione d’amore. Se nel corso della storia, l’infedeltà è sempre stata dolorosa, oggi è spesso traumatica, perché minaccia il nostro senso del sé.
Il mio paziente Fernando è tormentato. Ripete continuamente: “Pensavo di conoscere la mia vita. Pensavo di sapere chi tu fossi, chi fossimo come coppia, chi fossi io. Adesso dubito di tutto”. Infedeltà - una violazione della fiducia, una crisi di identità. “Posso fidarmi ancora di te?”, si chiede. “Posso fidarmi ancora di qualcuno?”.
Ed è anche quello che mi dice la mia paziente Heather, quando mi parla della sua storia con Nick. Sposata, con due figli. Nick è partito per un viaggio d’affari, e Heather sta giocando con l’iPad di lui insieme ai ragazzi, quando vede un messaggio comparire sulla schermo: “Non vedo l’ora di vederti”. Strano, pensa lei, ci siamo appena visti. Quindi un altro messaggio: “Non vedo l’ora di stringerti tra le mie braccia”. Ed Heather capisce che i messaggi non sono per lei. Lei mi racconta che anche suo padre aveva delle avventure, che sua madre aveva trovato uno scontrino nella sua tasca, e del rossetto sul colletto. Heather inizia a scavare, e scopre centinaia di messaggi, scambi di fotografie e desideri espressi. I vividi dettagli di due anni di relazione di Nick svelati davanti a lei in tempo reale, e mi fa pensare: le avventure nell’era digitale sono una morte lenta per dissanguamento.
Ecco un altro paradosso con il quale abbiamo a che fare oggigiorno. A causa dell’ideale romantico, confidiamo nella fedeltà del nostro partner con fervore unico. Ma non siamo mai stati più inclini al tradimento, non perché oggi abbiamo più desideri, ma perché viviamo in un’epoca in cui ci sentiamo autorizzati a rincorrere i nostri desideri, perché questa è la cultura del “mi merito di essere felice”. Se un tempo si divorziava perché eravamo infelici, oggi si divorzia perché potremmo essere più felici. E se il divorzio portava grande vergogna, oggi, scegliere di rimanere quando si può andare è la nuova vergogna. Heather non può parlare con le amiche perché teme che la giudichino per il fatto di essere ancora innamorata di Nick, e ovunque si giri, riceve lo stesso consiglio: lascialo, buttalo fuori di casa. Se la situazione fosse invertita, Nick sarebbe nella stessa condizione. Rimanere è la nuova vergogna.
Quindi se possiamo divorziare, perché abbiamo ancora delle storie? La supposizione tipica è che se qualcuno tradisce, o c’è qualcosa di sbagliato nel rapporto o c’è qualcosa di sbagliato in te. Ma milioni di persone non possono essere tutte malate. La logica funziona così: se a casa hai tutto quello di cui hai bisogno allora non c’è necessità di guardare altrove, dando per scontato che esista una cosa come il matrimonio perfetto, che ci vaccina contro il desiderio di esplorare. E se la passione avesse una durata limitata? E se ci fossero cose che nemmeno una buona relazione potrà mai fornirci? Se persino le persone felici tradiscono, di cosa si tratta?
La maggior parte delle persone con le quali lavoro non sono impenitenti libertini. Spesso sono persone che credono profondamente nella monogamia, perlomeno per il loro partner. Ma si trovano in conflitto tra i loro valori e i loro comportamenti. Spesso sono persone che sono state fedeli per decenni, ma che un giorno superano il confine che non credevano avrebbero mai oltrepassato, rischiando di perdere tutto. Ma per quale miraggio? Le avventure sono tradimenti, e sono anche l’espressione di un desiderio e di una perdita. Nel cuore di un’avventura, spesso troverai il desiderio e la voglia di un legame emotivo, della novità, della libertà, dell’autonomia, dell’intensità sessuale, del desiderio di riconquistare parti perdute di noi stessi o il tentativo di riportare indietro la vitalità di fronte a una perdita e a una tragedia.
Penso a un’altra mia paziente, Priya, che è felicemente sposata, che ama suo marito, che non lo vorrebbe mai ferire. Ma mi dice anche che ha sempre fatto quello che ci si aspettava da lei: brava ragazza, brava moglie, brava madre, accudisce i suo genitori immigrati. Priya si è innamorata del giardiniere che le ha rimosso un albero dal giardino dopo l’uragano Sandy. Con il suo furgone e i suoi tatuaggi, è esattamente l’opposto di lei. Ma a 47 anni, la storia di Praya riguarda l’adolescenza che non ha mai avuto. La sua storia sottolinea che quando cerchiamo lo sguardo di un altro non è sempre al nostro partner che voltiamo le spalle, ma alla persona che siamo diventati. Non stiamo cercando tanto un’altra persona, quanto stiamo cercando un altro noi stessi.
In tutto il mondo c’è una cosa che le persone che hanno delle avventure mi dicono sempre. Si sentono vive. Mi parlano spesso di storie di perdite recenti, di un genitore morto, di un amico che se ne è andato troppo presto, cattive notizie dal medico. La morte e la mortalità spesso vivono all’ombra di un’avventura, perché sollevano queste domande. È tutto qui? C’è di più? Continuerò così per altri 25 anni? Proverò ancora quella cosa? Questo mi ha portata a pensare che forse queste domande sono quelle che spingono le persone a superare il confine, che alcune storie sono il tentativo di ricacciare indietro la mortalità, un antidoto contro la morte.
Contrariamente a quanto potete pensare, le avventure hanno poco a che fare con il sesso e molto di più con il desiderio: desiderio di attenzione, desiderio di sentirsi speciali, desiderio di sentirsi importanti. La struttura precisa di un’avventura, il fatto che non potrete mai avere il vostro amante, vi porta a volerlo. È di per se stesso una macchina del desiderio, perché l’incompletezza, l’ambiguità, ti fanno volere quello che non puoi avere.
Alcuni di voi probabilmente penseranno che le avventure non capitino nelle relazioni aperte, invece succedono. Prima di tutto, il tema della monogamia non coincide con il tema dell’infedeltà. Ma il problema è che, a quanto sembra, persino quando abbiamo la libertà di avere altri partner sessuali, pare che siamo comunque attirati dal gusto del proibito, che se facciamo quel che non dovremmo, allora ci sentiamo come se davvero stessimo facendo quello che vogliamo. Ho anche detto a parecchi dei miei pazienti che se potessero portare nelle loro relazioni un decimo del coraggio, dell’immaginazione e del brio che mettono nelle loro avventure, allora probabilmente non avrebbero mai bisogno di me.
(Risate)
Come si guarisce da un’avventura? Il desiderio è profondo. Il tradimento è profondo. Ma può essere curato. Alcune storie sono le campane a morto per relazioni che stanno già avvizzendo. Ma altre ci daranno la scossa per nuove possibilità. Il fatto è che la maggior parte delle coppie che hanno provato il tradimento, restano insieme. Ma alcune di queste si limiteranno a sopravvivere, mentre altre saranno davvero in grado di trasformare la crisi in un’opportunità. Saranno in grado di trasformarla in una esperienza di crescita. E penso davvero che sia così ancora di più per il partner tradito, che spesso dirà:”Non pensi che anch’io volessi di più? Ma non sono quello che l’ha fatto”. Ma adesso che l’avventura è stata scoperta, anche loro vogliono di più, non devono più difendere lo status quo che può non funzionare più pure per loro.
Ho notato che molte coppie nel periodo immediatamente successivo a un’avventura, a causa di questo nuovo disordine possono davvero giungere a un nuovo ordine, avranno la profondità di conversazioni con onestà e franchezza che non hanno avuto per decenni. Partner che erano sessualmente indifferenti si ritrovano all’improvviso così bramosamente voraci che non si spiegano cosa sia successo. Qualcosa relativo alla paura della perdita ravviverà il desiderio e farà spazio a un tipo di verità completamente nuova.
Così quando un’avventura viene scoperta, quali sono le cose specifiche che le coppie possono fare?Sappiamo che i traumi iniziano a guarire quando il colpevole riconosce la propria colpa. Così per il partner che ha avuto un’avventura, per Nick, una cosa è porre fine all’avventura, un’altra è l’essenziale, importante atto di esprimere senso di colpa e rimorso per aver ferito la moglie. Ma la verità è che ho notato che parecchie persone che hanno avuto un’avventura possono sentirsi terribilmente in colpa per aver ferito il proprio partner, ma non si sentono in colpa per l’esperienza in sé del tradimento.
La distinzione è importante. È necessario che Nick mantenga l’attenzione sulla relazione. È necessario che diventi, per un po’, il custode dei confini. È sua la responsabilità di ristabilirli, perché se ci si dedica, lui può dare sollievo all’ossessione di Heather, assicurandosi che l’avventura non sarà dimenticata, e questo, di per sé, comincia a ripristinare la fiducia.
Ma per Heather, o per i partner traditi, è essenziale fare cose che gli ridiano un senso di autostima,circondarsi d’amore, di amici e di attività che ridiano gioia, senso e identità. Ma anche più importante è tenere a freno la curiosità di cercare di scoprire i sordidi dettagli. Dove eri? Dove l’hai fatto? Quante volte? Lei è meglio di me a letto? Domande che infliggono soltanto ulteriore dolore, e che ci tengono sveglie la notte. E invece, sostituirle con quelle che chiamo domande di esplorazione, quelle che fanno uscire il senso e le motivazioni. Cosa ha significato per te questa storia? Cosa riuscivi ad esprimere o a provare che non riesci più a provare con me? Come ti sentivi quando tornavi a casa? Che cosa di noi due ha valore per te? Sei contento che sia finita?
Ogni avventura ridefinisce la relazione, e ogni coppia deciderà quale sarà l’eredita dell’avventura. Ma le avventure sono qui per rimanere, e non se ne andranno. Il dilemma fra amore e desiderio, non si piega a risposte semplici: bianco e nero, buono e cattivo, vittima e carnefice. Il tradimento in una relazione si manifesta sotto molti aspetti. Ci sono molti modi in cui tradiamo il nostro partner: con il disprezzo, con la trascuratezza, con l’indifferenza, con la violenza. Il tradimento sessuale è solo uno dei modi per ferire il partner. In altre parole, la vittima di un’avventura non è sempre la vittima del matrimonio.
Mi avete ascoltato, so cosa state pensando: lei ha un accento francese, deve essere favorevole alle avventure.
(Risate)
Vi sbagliate. Non sono francese.
(Applausi)
E non sono favorevole alle avventure. Ma poiché ritengo che da un’avventura possa uscire del bene, mi è stata spesso posta questa domanda davvero strana: Potrei consigliarla? Non vi consiglierei di concedervi un’avventura più di quanto vi raccomanderei di avere il cancro, anche se sappiamo che le persone che sono state male spesso parlano di come la malattia abbia fornito loro una nuova prospettiva. Tornando alla domanda iniziale che mi è stata posta quando sono arrivata a questa conferenza, cioè se avrei parlato a favore o contro l’infedeltà. Ebbene, la risposta è “sì”.
(Risate)
Guardo alle avventure da una doppia prospettiva: da un lato dolore e tradimento, dall’altro crescita e scoperta del sé, quello che fa a voi e quello che significa per me. Quando una coppia viene da me nel periodo successivo a un’avventura che è stata scoperta, dico loro sempre così: oggi in Occidente la maggior parte di noi avrà due o tre relazioni o matrimoni, alcuni di noi l’avranno con la stessa persona. Il vostro primo matrimonio è finito. Vi piacerebbe ricostruirne un secondo insieme?
Grazie. 



Volete condividere qualche pensiero? Cosa ne pensate? 

dott.ssa Laura Tresoldi

mercoledì 3 giugno 2015

FAMILY DAY PER IL COMPLEANNO DEL CENTRO COME.TE DI LODI


Ai nostri lettori vogliamo comunicare che il giorno venerdì 12 giugno 2015 al Centro Come.Te per lo studio e la cura del trauma della cooperativa Sol.i a Lodi,  in via Agostino da Lodi, n° 9  c'è il FAMILY DAY. Una giornata di colloqui gratuiti dalle 10 alle 18 per avvicinare le famiglia alla cura psicologica.
Al Centro Come.Te troverete servizi di psicologia e psicoterapia, psicologia giuridica, logopedia, mediazione familiare.
Chiamate per la vostra consulenza gratuita o venite a trovarci!
Dott.ssa Arianna Borchia

domenica 9 febbraio 2014

IL MATRIMONIO CHE VORREI: un film che parla di coppia e terapia di coppia.


IL MATRIMONIO CHE VORREI
Un film che parla di coppia e terapia di coppia.

Suggerisco la visione di questo film per avere un'idea delle motivazioni che possono portare la coppia, o un membro della stessa a spingere l'altro, ad un percorso di terapia di coppia. La settimana intensiva proposta nel film è lontana dalle nostre modalità di gestione del percorso che è circa di un incontro ogni 3- 4 settimane, ma offre alcuni spunti di riflessione e di conoscenza della modalità. 


Kay e Arnold sono sposati da più di trent’anni. Le loro abitudini di vita sono ben radicate, ma a dirla tutta soddisfano più lui che lei. Ora che i figli sono fuori di casa, Kay si sente più sola di prima, si scopre infelice e decide di prendere in mano la situazione. Venuta a sapere della settimana intensiva di terapia di coppia che il rinomato dottor Feld tiene ogni anno nel Maine, trascina là lo scettico Arnold, in cerca della miccia che possa riaccendere tra loro la scintilla che si è spenta con gli anni (o che potrebbe anche non esserci mai stata).



Lo avete visto? cosa ne pensate?

Avete domande sulla terapia di coppia che propone una psicologa sistemica?


Dott.ssa Laura Tresoldi

lunedì 25 marzo 2013

MODI DI AMARE E RELAZIONI INFELICI

MODI DI AMARE E RELAZIONI INFELICI


 A seguito degli articoli pubblicati su Psicopensieri sui diversi modi di amare ora vorrei parlare a voi e con voi di come si sceglie un partner.
Una fondamentale premessa: ci sono molti modi di amare e molte le modalità di esprimere il proprio attaccamento. Secondo alcune recenti ricerche, il 75% degli uomini e delle donne tende a trovarsi in legami, o a costruire relazioni, simili a quelle in cui è stato coinvolto da piccolo con la propria madre. Le previsioni di ciò che accede e ci si aspetta dalla relazione con la propria figura di attaccamento saranno poi da adulti generalizzate al partner (modelli operativi interni).
Se un adulto ha ricevuto da bambino un accudimento appropriato, in cui sentiva la propria madre rispondere alle sue esigenze affettive, non dovrà continuamente controllare la disponibilità della partner ad amarlo, si sentirà accettato e sicuro di poter essere amato. Questo uomo o donna in situazioni di difficoltà sentirà di poter chiedere aiuto ed esprimere ciò che prova alla persona amata, che penserà potrà essergli vicino.
Nelle relazioni di persone la cui la madre non era sintonizzata sui propri bisogni, invece, tutto è più complicato, si strutturano spesso in modo da assicurare continua infelicità. Allora perchè si perpetuano relazioni faticose e dolorose?
  • Scegliamo partner che mantengano una certa costanza con ciò che siamo abituati a ricevere, i partner con attaccamenti disfunzionali confermano ciò che si conosce e per questo le relazioni infelici sono difficili da rompere.
  • Anche quando persone con attaccamento sereno non riescono a rompere legami con partner insicuri, accade perchè quando si vive un legame infelice, è probabile che si entri in conflitto: ci si sente soli, rifiutati, in pericolo, questo fa riprovare il bisogno di accudimento provato con la propria madre, per sentirsi al sicuro. Questo meccanismo ci porta a tornare proprio dal partner per cercare conforto!

QUANDO SI ROMPE UN LEGAME...
  • le persone evitanti troveranno una conferma della loro difficoltà di entrare in relazione e sentiranno meno ansia di altri alla rottura. Spesso queste persone potranno essere quasi “sollevati” e punteranno sul altre relazioni, sulle novità.
  • Le persone ambivalenti rimarranno sconvolte e molto sofferenti a causa della fine di una relazione, spesso iniziano a disinvestire nella storia d'amore perchè non si sentono amati come il primo giorno e cercheranno di trovare sempre l'emotività della fase dell'innamoramento.
La consapevolezza del perchè si sia tanto infelici in una relazione, la conoscenza dei meccanismi che hanno portato ad una scelta e i motivi per cui sia difficile interromperla, possono essere d'aiuto nel recuperare un modo di amare felice e non doloroso.
Pensiamo allora di affrontare il problema con una terapia di coppia, o una terapia individuale.
Dott.ssa Arianna Borchia

giovedì 14 marzo 2013

UN CUORE CONGELATO: EVITAMENTO E RELAZIONI AFFETTIVE



“Per un verso le esperienze che una persona ha fatto, specialmente nell’infanzia, determinano le sue aspettative di trovare o mantenere in seguito una sua base sicura personale, e anche la misura in cui sarà capace di stabilire e mantenere un rapporto gratificante. Per l’altro la natura delle aspettative che una persona nutre e il suo livello di capacità hanno un ruolo rilevante nel determinare il tipo di persone a cui si accosterà e come queste si comporteranno con lei.” (Bowlby, 1979)

Congelare le emozioni e far prevalere la razionalità di un pensiero che dice di poter farcela da soli e di non aver bisogno di nessuno, negando i propri bisogni di conforto e accudimento.
Per sopravvivere una strategia: mantenere le distanze e celare a se stessi e agli altri l’ansia, la rabbia e lo sconforto.

Ma da dove nasce questa necessità di stabilire rapporti poco intimi,  garanzia per un’autonomia personale, basati prevalentemente sull’enfatizzare  la componente amicale e il lucido calcolo razionale? Perché non si può correre il rischio di essere rifiutati?
L’origine va rintracciata in un’infanzia  in cui si sono sperimentate delle relazioni con le figure di accudimento in cui le manifestazioni di affetto sono state banalizzate e ridicolizzate, trasmettendo una sensazione di non valere come le altre persone. Questo contribuisce a creare uno stile di attaccamento evitante. Una madre che minimizza le esigenze del figlio (“Sei grande, non devi piangere!”) o che si mostra irritata dalle manifestazioni di debolezza del bambino, gli da l’idea di esser pronta da un momento all’altro a recidere la relazione e negare il suo affetto. Madre fredda e rifiutante , convinta di fare il bene del proprio figlio, di prepararlo ad una vita impervia, molto spesso proprio come lei è stata allevata.

Il bambino impara presto a conformarsi alle richieste di questa madre per non perderla: lei agisce nel suo bene perché lo vuole indipendente e autonomo, mentre lui si sente cattivo perché prova disperazione e sofferenza.
Ed è così che, da grande, questo bambino potrà trovare ridicole le manifestazioni di affetto da parte di altri che lo fanno sentire solo imbarazzato e inadeguato, ma non farà trapelare nulla di tutto ciò. Da grande sarà sospettoso delle ragioni degli altri, spesso non degni di fiducia o ridicolmente dipendenti. Di fronte alla rottura di una relazione mostrerà indifferenza o solo un poco di dispiacere, mai disperazione o dolore. Non cercherà di opporsi a questa cosa, perché l’amore romantico non esiste nella realtà, è raro che un amore duri una vita intera ed è quasi impossibile trovare qualcuno di cui innamorarsi profondamente, non c’è bisogno dell’amore per essere felici; darà cosi un maggiore peso a obiettivi quali il lavoro, la carriera o il successo. Non tornerà sui suoi passi dopo la fine di una relazione, perché per lui quella sarebbe una “minestra riscaldata”.
In una relazione non darà segni di gelosia, sarebbe un segno di debolezza.  La tendenza è quella di cercare relazioni che lo scaldino poco, magari intensamente sessuali ma poco affettive. Quando ha la sensazione che il legame diventi troppo intimo si sentirà in gabbia e avrà bisogno di romperlo e cambiare ripartendo da zero. Alla volte è un traditore, quel comportamento sarà funzionale a mettere una distanza in un rapporto che l’"evitante" sente diventare troppo serio e dal quale non vuole dipendere. Non vuole essere vicino, ma nemmeno lontano. Quando ha una sofferenza preferisce stare da solo, perché è così che faceva quando era piccolo. E’ spesso irritato da una persona che tende a stagli vicino a tutti i costi e in tutte le maniere.

Ogni individuo è portatore di uno tipo di attaccamento, la consapevolezza di “funzionare” in determinato modo è il primo passo per costruire una vita relazionale felice.
Dott.ssa Marta Villa
Bibliografia
Attili G., Attaccamento e amore, Il Mulino, 2004
Attili G., Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente.Normalità, patologia terapia, Corina Raffaello, 2007

domenica 24 febbraio 2013

LE MONTAGNE RUSSE DEL CUORE: AMBIVALENZA E RELAZIONI AFFETTIVE


Monologhi infiniti e spesso furibondi davanti a partner muti o azzittiti mentre nella mente e nel cuore c’è il solo desiderio di un abbraccio capace di contenere la paura, silenzi prolungati e rancorosi, porte sbattute, odio dichiarato, amore negato, istinto di sopravvivenza che si traveste da attacco ma che resta difesa; contemporaneamente: grande dedizione, dichiarazioni d’amore, passione sessuale, generosità emotiva, diponibilità a donare amore profondo e totale. Il tutto in un’unica persona, il tutto in un’unica parola:AMBIVALENZA.
Non è fantascienza e nemmeno follia.

A questo punto, se state ancora leggendo, molto probabilmente o vi siete riconosciuti e non vedete l’ora di capire qualcosa in più di voi stessi o sentite di volere qualche chiarimento…magari per evitare di imbattervi in questi strani personaggi simili a una figura mitologica metà amore e metà odio, ebbene sia che apparteniate ad un gruppo che all’altro credo sia utile partire dal chiarire cosa intendiamo con il termine ambivalenza.
Questo concetto si riferisce alla compresenza di emozioni, sia positive che negative, nei confronti di uno stesso oggetto, di una stessa persona o la stessa idea, ma anche lo stato di chi presenta pensieri e azioni che si contraddicono a vicenda, come nel caso di sentimenti di amore-odio per qualcuno o qualcosa. Il termine deriva dalla combinazione delle parole latine ambi (entrambi) e valentia (forza, capacità). Si usa comunemente anche in situazioni in cui una persona si trova in uno stato di confusione o incertezza.
Ognuno di noi  potrà riconoscere di aver fatto esperienza di questo vissuto o di questa confusione che spesso esita nel pensiero di non riuscire a capire se stessi e i propri bisogni, tuttavia se da un lato può capitare a tutti di sperimentare stati di ambivalenza più o meno intensi, dall’altro c’è chi ci convive costantemente tanto che possiamo parlare non di “stati” passeggeri e circoscritti ma di un modo di stare al mondo che diventa aspetto strutturale della personalità che può, evidentemente, esprimersi con diverse sfumature e livelli di intensità; ma come mai tutto ciò accade?
Una possibile risposta e' che queste persone hanno spesso sperimentato, fin dall’infanzia, una disponibilità di cure “intermittenti”da parte di chi doveva prendersi cura di loro, a volte adeguate a volte no, a volte presenti a volte assenti, questa imprevedibilità ha generato un’esperienza di insicurezza e ansia rispetto alla capacità degli altri di essere un riferimento di sostegno affettivo e pratico stabile: questa esperienza precoce di insicurezza ha plasmato il funzionamento psichico ed emotivo e ciò ha creato le premesse per  una riproduzione di questo modello in tutte le relazioni importanti successive in cui dominerà oscillazione tra il desiderio e la speranza di ricevere cure e il timore della delusione dei propri bisogni.
Queste persone sembrano convivere con una fame di dimostrazioni di affetto e, contemporanamente, spesso con una rabbia (più o meno dichiarata) per non riuscire ad essere saziati. Quanto appena detto può creare le basi per innesco di un pericoloso circolo vizioso: gelosie, scatti d’ira, agiti impulsivi verbali e fisici, veri e propri attacchi alla relazione che, talvolta, inducono i partner ad una fuga che andrà a confermare l’antica e profonda convinzione che potrebbe essere riassunta in questo modo: “avevo ragione a pensare che non mi amava abbastanza…”, e ad alimentare un vissuto, ancor più intimo e profondo, che potrebbe suonare più o meno così: “non sono degno di essere amato”.
Descritta così una persona ambivalente sembra ingestibile, rancorosa, insopportabile eppure a quanti di voi si riconoscono o pensano a qualcuno che conoscono e al quale, magari, tengono? Questo è dovuto al fatto che l’ “ambivalente” è colui che, tipicamente, è capace di grande slancio emotivo, è spesso molto sensibile, affettuoso, passionale, vive le emozioni in maniera intensa totale e coinvolgente, si lascia trasportare emotivamente dalle storie che gli si raccontano e ciò lo rende un confidente e partner affidabile. L’aspetto che potrebbe apparire “bizzarro” è che una volta raggiunta una certa intimità scatta in automatico in loro una sorta di campanello d’allarme che li spinge a difendersi aumentando la distanza..ma cosa temono? Temono di perdere l’affetto-amore che hanno conquistato e spesso può capitare che anticipino questo rischio allontanandosi per poi ritornare se non le si rincorre, agendo proteste più o meno esplicite, mettendo alla prova le relazioni: tutto ciò li espone al richio di “autosabotaggio”.
Si muovono tra i tornanti della vita e i tormenti delle loro ferite antiche alla ricerca di partner desiderosi di percorrere il viaggio della vita non su binari lineari ma su quelli più ripidi e contorti: le montagne russe possono spaventare ma garantiscono adrenalina pura e vitalità…nel bene e nel male.

                                                       Dott.ssa Marzia Montinaro

venerdì 27 aprile 2012

Quando nasce una coppia?

Abelardo ed Eloisa: da coppia a non più coppia

La storia di Abelardo ed Eloisa ha inizio nel 1116 nella capitale francese. Eloisa non ha ancora 17 anni quando suo zio Fulberto decide di mandarla a studiare da uno dei più famosi maestri di Parigi, Abelardo. Egli si innamora della sua allieva:"aveva tutto ciò che seduce gli amanti". Ben presto la donna si arrende alla passione e le lezioni diventano un pretesto per vivere il loro amore:"lo studio delle lettere ci offriva quegli angoli segreti che la passione predilige...erano più numerosi i baci che le frasi...". Eloisa rimane incinta e Abelardo decide di portarla via con sè. Il figlio si chiamerà Astrolabio, rapitore delle stelle. Tornati a Parigi si sposano in gran segreto ma presto la famiglia della donna divulga la notizia. Per evitare lo scandalo Eloisa si reca nel monastero dell'Argenteuil. I parenti, pensando che Abelardo abbia costretto la moglie a farsi monaca per liberarsi di lei, lo castrano; da allora le strade si separano e i due amanti non si vedranno mai più. Del forte amore che li legava rimane solo un fitto scambio epistolario.

I resti dei due amanti riposano nel cimitero di Père-Lachaise a Parigi; una romantica leggenda riferisce che le braccia del cadavere di Abelardo si aprissero nel momento della deposizione della moglie.
Questa storia d'amore mostra come la mancanza di vicinanza fisica, di contatto, di incontro di corpi abbia portato i due innamorati a non essere più una coppia. Lo erano quando la passione e la dedizione reciproca li faceva incontrare fisicamente.

Come sostiene Ghezzi (2011) la vicinanza fisica è dunque uno dei tre requisiti minimi per definire due soggetti una coppia. E' necessario che ci siano forme di comunicazione attraverso il corpo e il contatto tra i corpi; non si parla di sessualità ma di semplice vicinanza fisica, gioco di sgardi, carezze, sussurri, anche schiaffi. Per molti c'è bisogno di un contatto frequente e prolungato, ad altri bastano contatto rapiti, alcuni vivono insieme, altri si incontrano di rado. L'importante è che il corpo sia coinvolto.
Un altro è il progetto comune: è il pensarsi insieme nel futuro, configurando sè nella coppia, è prevedere un domani comune, è qualcosa in cui si crede fortemente e per cui vale la pena vivere. Per dare consistenza alla coppia non deve essere necessariamente sensato, logico e coerente; basta che ci sia.
Infine c'è il legame, forse l'aspetto più significativo per l'esistenza di una coppia. "Legame è sentirsi tanto connesso all'altro da non sapersi vedere senza di lui, da non sopportare l'idea che l'altro possa allontanarsi da noi, dal sentirsi morire per la sua duratura assenza, dal volere quindi l'altro accanto a sè comunque". A questi tre requisiti si aggiunge il convincimento e il vissuto di essere in relazione di coppia.

Per concludere, tornando alla storia romantica di Abelardo ed Eloisa, sembra proprio che il loro destino fosse quello di essere una coppia, tanto che, separati in vita, si sono riuniti nella morte, e questa volta per sempre.

Dott.Marianna Ge


Bibliografia:
Ghezzi, D. (2011) La coppia: alcune linee riguardanti sussistenza, salute, crisi, avvio alla cura.

lunedì 9 aprile 2012

UOMINI E SESSUALITA':QUANDO IL PIACERE NON SI FA ASPETTARE

QUANDO IL PIACERE NON SI FA ASPETTARE...

In un nostro precedente contributo ci siamo soffermati sulla difficoltà a raggiungere l’orgasmo da parte delle donne, anche gli uomini possono sperimentare questa problematica che viene detta EIACULAZIONE RITARDATA; tuttavia tra i vari disturbi dell’orgasmo maschile il più diffuso risulta essere l’ eiaculazione precoce e pertanto scegliamo di dedicarvi un approfodimento in questo articolo.

EIACULAZIONE PRECOCE…PROVIAMO A CAPIRNE DI PIU’….
Si parla di eiaculazione precoce (EP) in presenza di una “persistente o ricorrente eiaculazione che sopraggiunge in seguito ad una minima stimolazione sessuale, prima, durante o poco dopo la penetrazione e comunque prima che l’uomo la desideri” (DSM-IV-TR).
Un primo punto critico per la diagnosi è il fatto che non ci si possa riferire ad una “normalità” dei tempi di raggiungimento dell’orgasmo maschile, che ci consenta di individuare i casi di “precocità”, pertanto spesso è il fatto che l’uomo senta di non poter controllare il riflesso eiaculatorio e, quindi di non poterlo posticipare, ad essere un indicatore del suo disagio: la precocità non sarebbe quindi connessa esclusivamente al concetto di tempo”, ma all’assenza di un completo controllo volontario sul riflesso dell'eiaculazione da parte dell’uomo.

Per poter fare una diagnosi di EP occorrerà escludere che sia dovuta all’assunzione-astinenza  da sostanze e escudere che esistano delle cause organiche e/o mediche. Sicuramente bisogna considerare diversi fattori che possono influire a determinare questo genere di risposta sessuale: l’età dell’uomo, la novità del partner, la situazione in cui si vive il rapporto sessuale, e la frequenza dei rapporti in quel periodo della vita.
Ciò che gli uomini raccontano è che questo genere di problematica causa notevole disagio e difficoltà nella relazione intima con la partner che talvolta ha una sintomatologia sessuologia “complementare”: spesso vaginismo o dispaurenia.
Ci sono casi in cui la problematica è presente fin dai primi rapporti sessuali che l’uomo ha avuto nella vita, altre volte invece potrà presentarsi dopo un periodo di “normale” funzionamento.
L’eiaculazione precoce può inoltre presentarsi in qualsiasi circostanza e dirsi “generalizzata”, oppure solo in alcune specifiche situazioni e dirsi, appunto, “situazionale”.
L’eiaculazione precoce può essere dovuta a motivi medici (brevità del frenulo, cause neurologiche, ipertiroidismo) psicologici, oppure può essere connessa ad entrambi i fattori.

Come per tutte le disfunzioni sessuali è sempre indicato procedere primariamente ad una visita medica specialistica da un urologo o andrologo al fine di escludere una componente organica alla base della disfunzione o per ottenere comunque elementi diagnostici importanti per la pianificazione di un eventuale  trattamento da parte di  uno psicosessuologo (spesso psicologo).

Lo specialista in sessuologia potrà aiutare nella  gestione del sintomo al fine di propmuovere una maggiore competenza nel controllo del riflesso e, allo stesso tempo, accompagnerà nella comprensione delle cause psicologiche e/o relazionali alla base dello stesso.
Tra i fattori psicologici e relazionali spesso si riscontra una certa conflittualità interna alla coppia che trova espressione nel sintomo sessuologico: l’eiaculazione precoce sopraggiunge infatti in tempi che difficilmente consentono l’appagamento sessuale della partner, pur garantendo il raggiungimento dell’orgasmo all’uomo. Secondo alcuni autori questa sintomatologia può sottendere una certa ostilità nei confronti delle donne.
Sembra inoltre che tra le cause psicologiche un ruolo importante lo abbia l’ansia: l’ansia di soddisfare la compagna, ansia rispetto alla possibilità di sperimentare il piacere, infatti spesso si tratta di uomini che fanno fatica a concedersi di poter godere, in generale, anche di altri tipi di piaceri della vita.

In conclusione, un consiglio utile a tutti: mettete da parte ogni tanto la frenesia dei ritmi quotidiani e non dimenticate di ritagliarvi momenti da dedicare a ciò che vi fa stare bene, ne gioverà la psiche e il corpo e..la sessualità è l'insieme di queste due componenti!

                                                                                                                Dott.ssa Marzia Montinaro

BIBLIOGRAFIA
- “L’ approccio integrato in sessuologia clinica”, a cura di C. Simonelli- FrancoAngeli, Milano, 2006.
- “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali–DSM IV-TR”, Masson (2000).
- “Nuove terapie sessuali”, H.S. Kaplan, Studi Bompiani, Milano, 1976.

domenica 11 marzo 2012

COME MAI TRA TANTE PERSONE VI SIETE SCELTI PROPRIO VOI DUE?


Vi siete mai domandati quali significati si celino dietro la scelta del vostro partner? Diverse le risposte che ognuno si da: c’è chi ritiene sia opera del Destino, chi pensa sia l’esito di una “pura  casualità”, chi sostiene di aver vissuto l’esperienza del “colpo di fulmine” o freccia di Cupido, chi, di contro, dichiara di aver scelto consapevolmente l’altro…e che questa scelta si sia saputa rinnovare nel corso del tempo. Ma se è pur vero che si sceglie e si viene a propria volta scelti non solo nel momento in cui si da avvio alla formazione della coppia, quanta parte di responsabilità si ha nel mantenere vivo e solido il legame con l’altro?...In altre parole, quanto ci sentiamo artefici delle nostre scelte?

  Le storie mitologiche infondono l’idea che l’innamoramento sorga all’improvviso ad opera di un divino arciere, spesso bendato, che, lanciando le sue frecce su “vittime” inconsapevoli, sappia infondere nei loro animi una straordinaria quanto dirompente esperienza emotivo-affettiva in cui la reciprocità sentimentale costituisce dono del destino che vale per sempre. Nella realtà la condivisione reciproca dei sentimenti non sempre segue il percorso a lieto fine che ci si auspica: si può solo sperare di venire  notati e scelti a propria volta e che tale scelta sappia rinnovarsi reciprocamente nel corso degli anni.
Se il punto di partenza nel processo di scelta è rappresentato dall’individuazione e selezione di un partner attraente cui segue la capacità di stabilire un contatto attraverso la messa in atto di opportune strategie di esibizione allo scopo di farsi notare e scegliere a sua volta, il passo successivo, nella danza del corteggiamento è dato dal reciproco avvicinamento. In questa fase cresce il livello di intimità, ci si racconta, si cominciano a condividere interessi, emozioni, convinzioni ma è con l’autorivelazione dei propri sentimenti che vengono abbattuti i muri che ancora si frappongono tra i due. Dichiararsi equivale ad esporsi al rischio di un rifiuto e solitamente lo si fa quando la probabilità che questa evenienza si realizzi risulti bassa.    
L’attrattiva, alla base della scelta del partner, pur necessaria per dare avvio alla formazione della coppia  non è tuttavia sufficiente per fondare un rapporto affettivo profondo, né a farlo durare nel tempo. Affinché  il rapporto di coppia si evolva e si consolidi lungo il corso di vita occorre arrivare ad accettare teneramente l’altro nei suoi limiti, e amarlo nella sua diversità-unicità di caratteristiche ed esigenze/bisogni. Riconosciuto e stimato per il suo valore. Riconfermato nel tempo.
Sincerità e autenticità verso sé stessi e verso l’altro sono caratteristiche tipiche delle relazioni amorose che hanno saputo attraversare la fase della idealizzazione reciproca e procedere oltre.
Il processo di idealizzazione  si pone all’origine della costituzione del legame con l’altro e rappresenta un elemento fondamentale  e utile alla coppia per la costruzione di un “noi”. L’altro diviene qualcuno su cui appoggiamo i nostri aspetti fragili e bisognosi, qualcuno che in certa misura  utilizziamo per sedare le nostre angosce, far fronte ai nostri bisogni,  per realizzare al meglio noi stessi. Lo scegliamo perché giunge nel momento opportuno e, almeno sul piano simbolico, ci appare idoneo a risolvere il nostro problema esistenziale. Alcuni autori sostengono che si tende a scegliere un compagno verso il quale il nostro sistema di attaccamento è già predisposto a dare risposta. Sembra dunque prevalere, in questa fase, un uso strumentale dell’altro percepito come una proiezione dei nostri bisogni. Il partner è persona altra da noi dotata di propri limiti, carenze, inadeguatezze oltre che egli stesso soggetto portatore di propri bisogni di conferma, sostegno. Solo a seguito dell’emergenza dell’altro in quanto tale sarà possibile riuscire ad affrontare la fase del disincantamento. E’ un passaggio critico quello che nelle relazioni intime conduce dall’innamoramento, in cui si coltiva l’idea illusoria di aver finalmente trovato il partner ideale,  all’amara  presa di coscienza, evidenziata dalla “prova dei fatti”, della sua imperfezione.  
Decisivo per la realizzazione dell’identità di coppia è la capacità di affrontare e superare positivamente questa sofferta transizione in cui ciascun membro della coppia sperimenta sentimenti di delusione accompagnata sovente da aggressività e/o ritiro affettivo.
La costruzione della relazione di coppia richiede dunque l’apporto della volontà di entrambi, uno sforzo congiunto verso ciò che merita dedizione. Solo se lo si vuole, se ci si  impegna con azioni concrete a  farla durare e a renderla stabile, la relazione si consolida e può garantire benessere.
Si può dire che se l’innamoramento consente l'incontro e l'intreccio di due storie, l’amore,  che ne raccoglie l'eredità è scelta reciproca e consapevole dell’altro. E’ desiderio di volersi congiuntamente  impegnare in un’impresa personale ad alto rischio: la costruzione della relazione, il cui esito è aperto all'imprevisto. Solo al termine dell’avventura di coppia è possibile rispondere alla domanda sulla  riuscita o meno di tale impresa, cioè sulla capacità della coppia di aver saputo fronteggiare il dolore nelle sue varie manifestazioni e rinnovare nel tempo la scelta del legame. Decidersi in favore della continuità nel tempo del legame rende visibile la portata dell’impegno che ci si vuole assumere e consente di far luce sul progetto che insieme si intende realizzare. Attraverso una esplicita dichiarazione di amore e di impegno definitivo, la coppia accetta la sfida e la responsabilità del progetto. L’impegno progettuale rappresenta il segno visibile che la relazione non è una sterile vicinanza di individui, ma una identità generativa, la risorsa fondamentale attraverso cui l’uomo e la donna superando i confini della propria coppia danno forma al tentativo di trascendere la propria prospettiva temporale e di darle un senso. 
Il venir meno dei presupposti affettivi  è attualmente diventato motivo sufficiente per mettere in discussione e/o addirittura sciogliere un’unione proprio perché prioritariamente su di essi si regge.
La coppia contemporanea sembra, da un punto di vista psichico retta dal solo polo affettivo della relazione risultando gravemente sbilanciata rispetto a quello etico, di vincolo reciproco. La relazione coniugale vive, infatti, di due dimensioni: una affettiva, caratterizzata dall’attrazione che ha saputo trasformarsi in affidamento dell’uno verso l’altro – si tratta di uno sfumato accordo di fiducia,  quello che due fidanzati si scambiano dopo essersi privatamente scelti - e una etica, in cui l’impegno che ci si vuole assumere con l’altro è consapevole ed  esplicitamente dichiarato attraverso un atto formale.
La fiducia e l'impegno devono poter confluire e bilanciarsi armoniosamente nel corso del ciclo di vita della coppia. La relazione priva di attrattiva fiduciosa diventa freddo contratto, di contro senza un patto dichiarato di impegno reciproco  per la vita, la fiducia diventa donazione di sé molto rischiosa perché affidata all’attualità  e alla transitorietà del sentimento. La forza delle coppie che sono riuscite in questa impresa psichica risiede nella capacità di aver saputo rinnovare il legame nel corso del tempo, sposare il proprio partner più volte nella vita.
Con le parole di Froma Walsh:“Piuttosto che scegliere nuovi partner le persone hanno bisogno di cambiare il contratto relazionale a seconda delle diverse fasi del ciclo di vita, dal momento che le cose necessarie per il soddisfacimento all’interno di un rapporto cambiano nel corso del tempo”.
Dott.ssa Moira Melis

domenica 12 febbraio 2012

QUALI FATTORI CONTRIBUISCONO ALLA TENUTA NEL TEMPO DEL LEGAME CONIUGALE?

QUALI FATTORI CONTRIBUISCONO ALLA TENUTA NEL TEMPO DEL LEGAME CONIUGALE?

L’indagine dei fattori che determinano la stabilità della relazione coniugale è piuttosto recente – perché attuale risulta l’indebolimento della dimensione dell’impegno che si osserva nel contesto sociale – e  nasce come risposta all’esigenza di far fronte  al fenomeno conseguente dell’aumento  dell’instabilità o frattura dei legami di coppia.

Se consideriamo l’attuale modo di vivere la coniugalità da parte delle nuove generazioni, non può non imporsi all’attenzione l’emergente scarto col passato, relativamente all’enfasi che si attribuisce agli aspetti affettivo-emotivi che danno vita alla relazione.  Si tende infatti a relegare sullo sfondo gli aspetti etici di impegno reciproco perché in primo piano è posto il proprio benessere personale. Il risultato di un siffatto atteggiamento autoreferenziale è compatibile con un modello di relazione a due di tipo individualistico che prevede un minore investimento nella relazione coniugale e una maggiore spinta alla realizzazione di sé. Si insegue l’illusione di riuscire senza alcun sacrificio a raggiungere la felicità individuale all’interno del rapporto a due. Illusione che presto si scontra con la realtà fatta di gioie ma anche di  dolori. E’ forse l’incapacità di farvi fronte che porta i membri della coppia ad effettuare il paragone tra quello che è il  proprio sogno di vita a due e il prodotto reale dell’incontro con l’altro. Di qui le due opposte direzioni percorribili: la scelta di “chiudere il dolore” separandosi  o  quella, oggi meno percorsa, di dedicarsi con volontà e impegno ad un rilancio e dunque alla difesa del rapporto con l’altro.  Sembra che  lo schema seguito dai prodotti di consumo si sia esteso anche per i rapporti personali: nulla è più durevole e tutto appare potenzialmente revocabile. Ma l’abbandono del patto coniugale per istituirne uno nuovo rappresenta una soluzione adeguata al problema?

Un ruolo centrale nelle ricerche che indagano i fattori che favoriscono la stabilità coniugale è assunto dal commitment.  Con questo termine si intende esprimere sia la dimensione etica dell’impegno-dedizione sentito dai coniugi rispetto  all’istituzione matrimoniale che l’impegno reciproco dell’uno verso l’altro. Viene definito come l’intenzione personale a voler far perdurare quell’unione, lo sforzo di assicurare continuità al rapporto migliorandone la qualità, il sentirsi intimamente legati alla relazione. E’ in base all’impegno etico sentito nei riguardi della propria  relazione che i coniugi possono non solo arrivare a promuovere dei  comportamenti volti  a favorire il benessere della relazione (pro-relationship) ma anche aumentare il desiderio di sostenerla in ordine alla sua qualità – qualità della comunicazione, gestione intelligente del conflitto, accordo – e stabilità. In particolare è nel comportamento definito di accomodamento che  alcuni autori, individuano quell’azione tesa alla promozione della relazione. Esso si traduce nella tendenza a reagire, durante le discussioni, ai comportamenti distruttivi o offensivi in maniera costruttiva, ovvero inibendo gli impulsi a reagire con modalità negative e compiendo, di contro, uno sforzo di volontà che conduce alla messa in atto di comportamenti positivi.  Si ritiene, infatti, che sul benessere coniugale abbiano maggiore incisività più i comportamenti tesi alla riduzione della distruttività che quelli volti ad aumentarne la positività. L’accomodamento non rappresenta un atteggiamento che spontaneamente si manifesta in occasione degli scontri ma l’esito di uno sforzo di volontà in cui, in nome del valore del legame, si decide,  inconsapevolmente,  di spostare l’interesse per sé (self-interested) all’interesse per la relazione (pro-relationship). Questo cambio di rotta è reso possibile dal mutamento della motivazione, ovvero dalla capacità dei coniugi, impegnati in uno scontro aggressivo, di guardare oltre, perdonando.  Si tratta, in altri termini, di una capacità di regolazione dell’aggressività alla cui base viene posto la disponibilità alla riconciliazione e la dedizione.  I partner devono, dunque, poter riuscire a porre in essere azioni capaci di spezzare il circolo vizioso del conflitto per approdare ad una riconciliazione che consenta alle parti di avere una visione più completa delle modalità positive di relazione cui potersi riferire, nuovi modi di porsi rispetto all’altro/a che senza l’occasione del conflitto spesso non sarebbe possibile sperimentare. Si può anche dire che i processi di riconciliazione e dedizione rappresentano l’altra faccia  della medaglia del ciclo di reciprocità negativa che si viene, in questo caso, a configurare positivamente. Il meccanismo conflittuale che spesso conduce alla distruzione  della relazione può talora invertire la sua direzione in senso costruttivo se i partner riescono a trascurare le pecche reciproche più che amplificarle, risultando così in grado di rivisitare i loro comportamenti negativi rendendosi disponibili a modificarli. Non si accumula ingiustizia e sfiducia se alla base del rapporto vi è l’intenzione di impegno e la ricerca costante di strategie utili a ricreare un legame anche passando da situazioni dolorose. Dedicarsi  reciprocamente al patto coniugale significa investire di valore il legame di coppia. Si può dire che il patto coniugale che la coppia stringe diventa una sorta di ‘oggetto terzo’, uno spazio-terreno comune che può e deve ricevere  azioni concrete di cura da entrambi i partner.

Un altro fattore etico della relazione è il supporto. Differentemente dall’impegno che rappresenta la dedizione dei coniugi nei confronti del patto, questo costrutto  esprime quell’atteggiamento etico di cura e attenzione che i coniugi  si scambiano reciprocamente specie in momenti difficili o critici. La differenza tra di essi risiede dunque  nell’oggetto cui è destinata l’attenzione e la cura. Il supporto è inteso come un indicatore del sostegno e della comprensione che il soggetto riceve, o pensa di ricevere e dare nella relazione con il partner. Esso si è rivelato un  fattore altamente protettivo della qualità della relazione coniugale. Gli aspetti del  dare e ricevere sostegno   arricchiscono la relazione perché permettono di percepirsi e qualificare se stessi non solo come agenti di cura ma anche come bisognosi dell’altro e del suo riconoscimento.  

Si può, in conclusione dire che è insita nella natura umana la capacità di edificare un mondo durevole, e tenere fede alla promessa vincolante  che implica impegno e responsabilità consente perlomeno di gettare “isole di sicurezza” – senza le quali non è pensabile la continuità –  nell’incerto futuro.  


                                                                                                           Dott.ssa Moira Melis