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domenica 29 giugno 2014

Elogio alla follia - Geri's Game



La fantasia è una difesa che protegge dall'orrore della realtà creando un mondo interiore e caldo quando il mondo esteriore è glaciale e doloroso. Quando la finzione riesce ad agire sui fatti, la realtà ne esce poetizzata. Ma quando l'allontanamento dalla realtà è eccessivo, la fantasia può diventare delirio logico o mitomania.
B. Cyrulnik

Geri è un simpatico vecchietto che ama giocare a scacchi, pur da solo. Contrasta il penoso senso di solitudine che vive, facendo ricorso alle risorse interiori di cui dispone: vitalità, creatività e senso dell'umorismo.  Vince la sua sfida con la solitudine almeno nel momento in cui si dedica, con passione, al gioco col suo alter ego. E' uno spazio immaginario e salvifico quello che Geri offre a sé stesso per staccare temporaneamente la spina da una realtà forse monotona, forse drammaticamente vuota,  triste e solitaria. Questa parentesi dalla realtà, diventa un luogo altro in cui liberare tutta la vitalità e l'entusiasmo per i piaceri della vita che sente esplodergli nel petto e ai quali non intende rinunciare. Elabora un modo positivo e creativo di gestire il tempo e investire le sue energie. Vogliamo chiamare follia il tentativo di difendersi dalla solitudine, concedendosi una bizzarra partita a scacchi prima di  riprendere contatto con una presumibile desolata realtà?  La celebre frase di Steve Jobs: "siate affamati, siate folli", in fondo è un'esortazione a non arrendersi  di fronte alle sofferenze che la vita riserva: finché c'è vita, questa va vissuta sapendo giocare tutte le pedine che si hanno a disposizione, come Geri ci insegna.  
...Io preferisco chiamarla resilienza, la capacità di saper reagire con vigore alle sofferenze, sfidando le proprie possibilità di renderle quantomeno sopportabili.  
Buona visione!    
Dott.ssa Moira Melis  

martedì 27 marzo 2012

IL POTERE DELLA NARRAZIONE

Per dare una forma conclusiva ai precedenti post sulla resilienza, potremmo soffermarci sulla potenza terapeutica che può avere anche un semplice racconto.
Negli ultimi anni sta diventando sempre più corposa l’idea che aiutare bambini o adulti a raccontare eventi traumatici del passato, quelli più recenti e vividi ma anche condizioni di vita più o meno stressanti, rappresenti un momento molto efficace nel processo di cura e nel sostegno psicologico. Alla narrazione viene attribuito un significato di strumento di conoscenza e di costruzione del Sé, mezzo grazie al quale riflettere e riorganizzare gli eventi della propria esistenza. Raccontando le nostre esperienze, noi ne comprendiamo il significato in relazione ad altri eventi della nostra vita e iniziamo a costruire una storia di vita organizzata sotto una forma narrativa. Questa storia di vita, a sua volta, contribuisce alla formazione di un senso del Sé nel corso del tempo.

La narrazione può essere vista come il compimento di un percorso. Raccontare in maniera integrata (emotiva e cognitiva) vuol dire anche completare l’elaborazione di un evento, di una crisi, di vicende personali difficili. Il raccontare a qualcuno di cui ci si fida permette di collegare insieme emozioni, pensieri e fatti accaduti agevolando la correzione di attribuzioni improprie e la possibilità di darsi una spiegazione. E’ un accettare la realtà e le emozioni ad essa associate, che diventano consce.


Quando un adulto riesce a realizzarsi, nonostante le ferite, allora potrà capire che, moltissimi anni prima, era un bambino resiliente. Per dare un senso ai fatti avvenuti, il passato deve essere interpretato alla luce del presente. E’ attraverso la consapevolezza di questi aspetti che il concetto di vulnerabilità, spesso allontanato e negato dalla società occidentale e dal momento storico in cui viviamo, non fa più così paura.


Dott.ssa Marta Villa

lunedì 19 marzo 2012

COSA CI RENDE UMANI RESILIENTI?

Tra le cose che ci rendono resilienti possiamo annoverare: la presenza di una relazione affettiva stabile con una persona della nostra famiglia o con chi, in sua assenza, se ne assume i compiti di cura; il supporto sociale ed un contesto educativo positivo; avere un modello positivo da seguire; alcune caratteristiche costituzionali di personalità, l’ottimismo per esempio; le esperienze che aumentano il senso di autostima, il senso di autoefficacia personale e infine la capacità che una persona ha di far fronte alle situazioni.

Questo porta a due riflessioni: la prima è che è necessario modificare la concezione di apparato psichico come quella di una struttura che si costituisce permanentemente e solo nel corso dei primi anni sensibili ma che si plasma a seconda degli ambienti affettivi e sociali e delle esperienze di vita. In secondo luogo è da modificare l’atteggiamento nei confronti della sofferenza psichica: non va negata perché esiste, è inevitabile e provoca dei danni, ma contemporaneamente non c’è motivo di rassegnarsi ad essa, in quanto è possibile trasformarla, come essa trasforma noi o sublimarla in varie forme d’arte.

E’ possibile diventare resilienti?

L’evento traumatico rischia di far richiudere la persona in una condizione di dolore e sofferenza, una condizione quasi paralizzante, che conseguentemente spesso causa azioni e comportamenti nocivi, altre volte diventa motore di un cambiamento possibile.

Non esistono mezzi o strumenti con cui costruire la resilienza, perché essa si sviluppa in relazione ad un contesto e a situazioni specifiche, ciò non esclude tuttavia la possibilità di definire alcune strategie e modalità per promuovere una riorganizzazione positiva della nostra vita. E’ un cammino da percorrere, spesso lungo, che si focalizza su alcune aree:

1. Assunzione di consapevolezza: capacità di identificare i problemi, le risorse e a ricercare soluzioni per sè e per gli altri ponendo attenzione ai segnali ricevuti dal contesto.

2. Indipendenza: che poggia sulla capacità di porre dei confini tra se stessi e le persone vicine, di prender le distanze da ciò che ci manipola e di interrompere relazioni negative.

3. Relazioni: lo sviluppo di relazioni soddisfacenti con gli altri, la capacità di scegliere degli interlocutori positivi.

4. L’iniziativa: permette di dominarsi e controllare il proprio ambiente di vita, trovando piacere nello svolgere attività costruttive.

5. La creatività: aiuta ad ampliare lo sguardo con cui osserviamo il mondo e i suoi esseri viventi, favorendo la possibilità di fuggire eventualmente in un nostro mondo immaginario che consente di prendere le distanze dalla sofferenza interiore e di esprimere le proprie emozioni.

6. L’humor: permette di diminuire la tensione e di scoprire e saper cogliere l’aspetto comico nonostante la tragedia.

7. L’etica: guida l’azione nelle scelte positive e negative, favorisce la
         compassione e la solidarietà.



Dott.ssa Marta Villa

lunedì 12 marzo 2012

NO ALL' INVULNERABILITA'!

Sul retro della copertina di “Cose che nessuno sa” di Alessandro d’Avenia ho letto:

"Quando un predatore entra nella conchiglia nel tentativo di divorarne il contenuto e non ci riesce, lascia dentro una parte di se che ferisce ed irrita la carne del mollusco, e l'ostrica si richiude e deve fare i conti con quel nemico, con l'estraneo. Allora il mollusco comincia a rilasciare attorno all'intruso strati di se stesso, come fossero lacrime: la madreperla. Ciò che all'inizio serviva a liberare e difendere la conchiglia da quel che la irritava e distruggeva, diventa ornamento, gioiello prezioso e inimitabile, così e la bellezza: nasconde delle storie, spesso dolorose. Ma solo le storie rendono le cose interessanti......"
Ho pensato che si trattasse di una storia di relilienza e scorrendo le pagine del romanzo ne ho avuto la conferma.

E' un concetto che si studia alla facoltà di psicologia, probabilmente anche durante il corso di studi di fisica, ma la maggior parte di noi lo impara vivendo.
Resilienza origina dal latino re-salio, che significa saltare, rimbalzare. Tale termine esiste nel campo della fisica a designare la capacità di un metallo di riprendere la propria forma dopo aver ricevuto un colpo non abbastanza forte da provocarne la frattura. Il  suo contrario potrebbe risiedere nella parola fragilità.

Non stiamo parlando di invulnerabilità, poiché essere invulnerabili significa essere esenti dal rischio di ferite e resistere all’urto ed è un concetto che porta con sé un’idea di rigidità e staticità. Tutto questo è molto lontano dalla flessibilità e dalla morbidezza necessarie alla resilienza.

Ma che cos’è la resilienza?

Secondo Michel Manciaux, Stefan Vanistendael, Jacques Lecomte e Boris Cyrulnik (2001):

“La resilenza è la capacità di una persona o di un gruppo, di svilupparsi positivamente, di continuare a progettare il proprio futuro, a dispetto di avvenimenti destabilizzanti, di condizioni di vita difficili, di traumi anche severi”

Non è una semplice capacità di sopravvivere, non è una propensione ad evitare rischi e pericoli, non è una spinta istintiva a mettersi in salvo. E’ molto di più. E’ insito in noi. Si tratta di un aspetto costitutivo della natura umana, di cui gli individui sono indistintamente dotati e  quindi presente in tutte le fasi del ciclo della vita, seppur non sempre attiva, che consente di usare le esperienze, anche negative, per riflettere e per riparare, per ricominciare a costruire e a realizzare progetti con forza e con energie interiori.

Pensare in termini di resilienza significa uscire da una prospettiva deterministica, secondo cui il destino di una persona è irrimediabilmente segnato dalle sue caratteristiche costitutive e dalle condizioni ambientali, socioculturali e familiari.

Dott.sa Marta Villa