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martedì 21 luglio 2015

Coppia, Tradimento e Relazioni.


Un interessante video in cui la dottoressa Esther Perel, terapeuta di coppia e della famiglia, si rivolge a chi ha tradito o a chi viene tradito esponendo un nuovo punto di vista per meglio comprendere le relazioni tra persone. 
L'intervento è tratto dal link:


E' un pò lungo ma molto interessante e offre diversi stimoli di pensiero e riflessione. 



Qui la traduzione dell'intero intervento:

Perché tradiamo? Perché le persone felici tradiscono? Quando parliamo di “infedeltà” a cosa ci riferiamo di preciso? È un incontro occasionale, una storia d’amore, sesso a pagamento, una chat di incontri, un massaggio con lieto fine? Perché pensiamo che gli uomini tradiscano per noia e paura dell’intimità, e che le donne tradiscano per solitudine e desiderio d’intimità? Un’avventura significa sempre la fine di un rapporto?
Negli ultimi dieci anni ho viaggiato per il mondo e lavorato approfonditamente con centinaia di coppie che sono state distrutte dall’infedeltà. C’è un solo tipo di trasgressione che può privare una coppia della propria relazione, della felicità e dell’identità: un’avventura. Tuttavia, questo fatto così comune è poco compreso. Quindi questo intervento è per chiunque abbia mai amato.
L’adulterio esiste da che è stato inventato il matrimonio, ed anche il tabù che lo riguarda. Infatti, l’infedeltà ha una tenacia che il matrimonio le può soltanto invidiare, al punto che questo è l’unico comandamento che viene ripetuto due volte nella Bibbia: una volta per l’azione e una volta per l’intenzione. (Risate) Così, come conciliamo ciò che è universalmente proibito e tuttavia universalmente praticato?
Nel corso della storia, gli uomini hanno avuto di fatto una licenza per tradire con poche conseguenze, supportati da innumerevoli teorie biologiche ed evoluzionistiche che giustificano la loro necessità di darsi da fare, la doppia morale è vecchia come l’adulterio stesso. Ma chi sa davvero cosa succede sotto le lenzuola? Perché quando si parla di sesso, la pressione per gli uomini è di vantarsi ed esagerare, mentre la pressione per le donne è di nascondere, minimizzare e negare, il che non è affatto sorprendente se pensate che ci sono ancora nove nazioni dove le donne possono essere uccise per adulterio.
Un tempo monogamia significava una persona per la vita. Oggi, monogamia significa una persona per volta.
(Applausi)
Probabilmente molti di voi avranno detto “sono stato monogamo in tutte le mie relazioni”.
(Risate)
Un tempo ci sposavamo, e facevamo sesso per la prima volta. Invece oggi ci sposiamo e smettiamo di fare sesso con altri. Il fatto è che la monogamia non ha nulla a che fare con l’amore. L’uomo faceva affidamento sulla fedeltà della donna per conoscere la paternità dei bambini, e decidere chi doveva ereditare le sue mucche una volta morto.
Tutti vogliono sapere qual è la percentuale di persone che tradiscono. Mi è stata fatta questa domanda appena arrivata a questa conferenza.
(Risate)
Sto parlando di voi. Però la definizione di infedeltà continua a espandersi: sexting, guardare i porno, essere attivo segretamente nelle app di appuntamenti. Poiché non c’è una definizione universalmente riconosciuta di che cosa costituisca infedeltà, la stima varia notevolmente, tra il 26% e il 75%. Come se non bastasse, noi tutti siamo contraddizioni viventi. Quindi il 95% di noi dirà che è terribilmente sbagliato da parte del nostro partner mentire su un’avventura, ma lo stesso numero dirà che è esattamente quello che faremmo se ne avessimo una.
(Risate)
Ora, questa è una definizione che mi piace di cosa sia un’avventura, riunisce tre elementi chiave: una relazione segreta, che è l’essenza di un’avventura; un legame in varia misura emotivo; e un’alchimia sessuale. Qui la parola chiave è alchimia, perché il brivido erotico è tale che il bacio che stai soltanto immaginando di dare può essere forte e seducente come ore e ore passate a fare l’amore. Come disse Marcel Proust, è la nostra immaginazione la causa dell’amore, non l’altra persona.
Insomma, non è mai stato così facile tradire e non è mai stato così difficile mantenere il segreto. E l’infedeltà non ha mai preteso un tale tributo psicologico. Quando il matrimonio era un affare economico, l’infedeltà minacciava la nostra sicurezza economica. Ma oggi che il matrimonio è un accordo romantico, l’infedeltà minaccia la nostra sicurezza emotiva. Paradossalmente, un tempo si ricorreva all’adulterio come spazio in cui cercare il vero amore. Oggi che cerchiamo l’amore nel matrimonio, l’adulterio lo distrugge.
Credo che ci siano tre modi in cui l’infedeltà ferisce in modo diverso, oggi. Abbiamo un ideale romantico per cui ci rivolgiamo a una persona per soddisfare un’infinita lista di bisogni: essere l’amore più grande, il mio migliore amico, il miglior genitore, il mio fidato confidente, il mio compagno emozionale, il mio pari intellettuale. E io sono: la prescelta, l’unica, l’indispensabile, l’insostituibile, sono quella giusta. Ma l’infedeltà mi dice che non lo sono. È il tradimento estremo. L’infedeltà manda in frantumi la grande ambizione d’amore. Se nel corso della storia, l’infedeltà è sempre stata dolorosa, oggi è spesso traumatica, perché minaccia il nostro senso del sé.
Il mio paziente Fernando è tormentato. Ripete continuamente: “Pensavo di conoscere la mia vita. Pensavo di sapere chi tu fossi, chi fossimo come coppia, chi fossi io. Adesso dubito di tutto”. Infedeltà - una violazione della fiducia, una crisi di identità. “Posso fidarmi ancora di te?”, si chiede. “Posso fidarmi ancora di qualcuno?”.
Ed è anche quello che mi dice la mia paziente Heather, quando mi parla della sua storia con Nick. Sposata, con due figli. Nick è partito per un viaggio d’affari, e Heather sta giocando con l’iPad di lui insieme ai ragazzi, quando vede un messaggio comparire sulla schermo: “Non vedo l’ora di vederti”. Strano, pensa lei, ci siamo appena visti. Quindi un altro messaggio: “Non vedo l’ora di stringerti tra le mie braccia”. Ed Heather capisce che i messaggi non sono per lei. Lei mi racconta che anche suo padre aveva delle avventure, che sua madre aveva trovato uno scontrino nella sua tasca, e del rossetto sul colletto. Heather inizia a scavare, e scopre centinaia di messaggi, scambi di fotografie e desideri espressi. I vividi dettagli di due anni di relazione di Nick svelati davanti a lei in tempo reale, e mi fa pensare: le avventure nell’era digitale sono una morte lenta per dissanguamento.
Ecco un altro paradosso con il quale abbiamo a che fare oggigiorno. A causa dell’ideale romantico, confidiamo nella fedeltà del nostro partner con fervore unico. Ma non siamo mai stati più inclini al tradimento, non perché oggi abbiamo più desideri, ma perché viviamo in un’epoca in cui ci sentiamo autorizzati a rincorrere i nostri desideri, perché questa è la cultura del “mi merito di essere felice”. Se un tempo si divorziava perché eravamo infelici, oggi si divorzia perché potremmo essere più felici. E se il divorzio portava grande vergogna, oggi, scegliere di rimanere quando si può andare è la nuova vergogna. Heather non può parlare con le amiche perché teme che la giudichino per il fatto di essere ancora innamorata di Nick, e ovunque si giri, riceve lo stesso consiglio: lascialo, buttalo fuori di casa. Se la situazione fosse invertita, Nick sarebbe nella stessa condizione. Rimanere è la nuova vergogna.
Quindi se possiamo divorziare, perché abbiamo ancora delle storie? La supposizione tipica è che se qualcuno tradisce, o c’è qualcosa di sbagliato nel rapporto o c’è qualcosa di sbagliato in te. Ma milioni di persone non possono essere tutte malate. La logica funziona così: se a casa hai tutto quello di cui hai bisogno allora non c’è necessità di guardare altrove, dando per scontato che esista una cosa come il matrimonio perfetto, che ci vaccina contro il desiderio di esplorare. E se la passione avesse una durata limitata? E se ci fossero cose che nemmeno una buona relazione potrà mai fornirci? Se persino le persone felici tradiscono, di cosa si tratta?
La maggior parte delle persone con le quali lavoro non sono impenitenti libertini. Spesso sono persone che credono profondamente nella monogamia, perlomeno per il loro partner. Ma si trovano in conflitto tra i loro valori e i loro comportamenti. Spesso sono persone che sono state fedeli per decenni, ma che un giorno superano il confine che non credevano avrebbero mai oltrepassato, rischiando di perdere tutto. Ma per quale miraggio? Le avventure sono tradimenti, e sono anche l’espressione di un desiderio e di una perdita. Nel cuore di un’avventura, spesso troverai il desiderio e la voglia di un legame emotivo, della novità, della libertà, dell’autonomia, dell’intensità sessuale, del desiderio di riconquistare parti perdute di noi stessi o il tentativo di riportare indietro la vitalità di fronte a una perdita e a una tragedia.
Penso a un’altra mia paziente, Priya, che è felicemente sposata, che ama suo marito, che non lo vorrebbe mai ferire. Ma mi dice anche che ha sempre fatto quello che ci si aspettava da lei: brava ragazza, brava moglie, brava madre, accudisce i suo genitori immigrati. Priya si è innamorata del giardiniere che le ha rimosso un albero dal giardino dopo l’uragano Sandy. Con il suo furgone e i suoi tatuaggi, è esattamente l’opposto di lei. Ma a 47 anni, la storia di Praya riguarda l’adolescenza che non ha mai avuto. La sua storia sottolinea che quando cerchiamo lo sguardo di un altro non è sempre al nostro partner che voltiamo le spalle, ma alla persona che siamo diventati. Non stiamo cercando tanto un’altra persona, quanto stiamo cercando un altro noi stessi.
In tutto il mondo c’è una cosa che le persone che hanno delle avventure mi dicono sempre. Si sentono vive. Mi parlano spesso di storie di perdite recenti, di un genitore morto, di un amico che se ne è andato troppo presto, cattive notizie dal medico. La morte e la mortalità spesso vivono all’ombra di un’avventura, perché sollevano queste domande. È tutto qui? C’è di più? Continuerò così per altri 25 anni? Proverò ancora quella cosa? Questo mi ha portata a pensare che forse queste domande sono quelle che spingono le persone a superare il confine, che alcune storie sono il tentativo di ricacciare indietro la mortalità, un antidoto contro la morte.
Contrariamente a quanto potete pensare, le avventure hanno poco a che fare con il sesso e molto di più con il desiderio: desiderio di attenzione, desiderio di sentirsi speciali, desiderio di sentirsi importanti. La struttura precisa di un’avventura, il fatto che non potrete mai avere il vostro amante, vi porta a volerlo. È di per se stesso una macchina del desiderio, perché l’incompletezza, l’ambiguità, ti fanno volere quello che non puoi avere.
Alcuni di voi probabilmente penseranno che le avventure non capitino nelle relazioni aperte, invece succedono. Prima di tutto, il tema della monogamia non coincide con il tema dell’infedeltà. Ma il problema è che, a quanto sembra, persino quando abbiamo la libertà di avere altri partner sessuali, pare che siamo comunque attirati dal gusto del proibito, che se facciamo quel che non dovremmo, allora ci sentiamo come se davvero stessimo facendo quello che vogliamo. Ho anche detto a parecchi dei miei pazienti che se potessero portare nelle loro relazioni un decimo del coraggio, dell’immaginazione e del brio che mettono nelle loro avventure, allora probabilmente non avrebbero mai bisogno di me.
(Risate)
Come si guarisce da un’avventura? Il desiderio è profondo. Il tradimento è profondo. Ma può essere curato. Alcune storie sono le campane a morto per relazioni che stanno già avvizzendo. Ma altre ci daranno la scossa per nuove possibilità. Il fatto è che la maggior parte delle coppie che hanno provato il tradimento, restano insieme. Ma alcune di queste si limiteranno a sopravvivere, mentre altre saranno davvero in grado di trasformare la crisi in un’opportunità. Saranno in grado di trasformarla in una esperienza di crescita. E penso davvero che sia così ancora di più per il partner tradito, che spesso dirà:”Non pensi che anch’io volessi di più? Ma non sono quello che l’ha fatto”. Ma adesso che l’avventura è stata scoperta, anche loro vogliono di più, non devono più difendere lo status quo che può non funzionare più pure per loro.
Ho notato che molte coppie nel periodo immediatamente successivo a un’avventura, a causa di questo nuovo disordine possono davvero giungere a un nuovo ordine, avranno la profondità di conversazioni con onestà e franchezza che non hanno avuto per decenni. Partner che erano sessualmente indifferenti si ritrovano all’improvviso così bramosamente voraci che non si spiegano cosa sia successo. Qualcosa relativo alla paura della perdita ravviverà il desiderio e farà spazio a un tipo di verità completamente nuova.
Così quando un’avventura viene scoperta, quali sono le cose specifiche che le coppie possono fare?Sappiamo che i traumi iniziano a guarire quando il colpevole riconosce la propria colpa. Così per il partner che ha avuto un’avventura, per Nick, una cosa è porre fine all’avventura, un’altra è l’essenziale, importante atto di esprimere senso di colpa e rimorso per aver ferito la moglie. Ma la verità è che ho notato che parecchie persone che hanno avuto un’avventura possono sentirsi terribilmente in colpa per aver ferito il proprio partner, ma non si sentono in colpa per l’esperienza in sé del tradimento.
La distinzione è importante. È necessario che Nick mantenga l’attenzione sulla relazione. È necessario che diventi, per un po’, il custode dei confini. È sua la responsabilità di ristabilirli, perché se ci si dedica, lui può dare sollievo all’ossessione di Heather, assicurandosi che l’avventura non sarà dimenticata, e questo, di per sé, comincia a ripristinare la fiducia.
Ma per Heather, o per i partner traditi, è essenziale fare cose che gli ridiano un senso di autostima,circondarsi d’amore, di amici e di attività che ridiano gioia, senso e identità. Ma anche più importante è tenere a freno la curiosità di cercare di scoprire i sordidi dettagli. Dove eri? Dove l’hai fatto? Quante volte? Lei è meglio di me a letto? Domande che infliggono soltanto ulteriore dolore, e che ci tengono sveglie la notte. E invece, sostituirle con quelle che chiamo domande di esplorazione, quelle che fanno uscire il senso e le motivazioni. Cosa ha significato per te questa storia? Cosa riuscivi ad esprimere o a provare che non riesci più a provare con me? Come ti sentivi quando tornavi a casa? Che cosa di noi due ha valore per te? Sei contento che sia finita?
Ogni avventura ridefinisce la relazione, e ogni coppia deciderà quale sarà l’eredita dell’avventura. Ma le avventure sono qui per rimanere, e non se ne andranno. Il dilemma fra amore e desiderio, non si piega a risposte semplici: bianco e nero, buono e cattivo, vittima e carnefice. Il tradimento in una relazione si manifesta sotto molti aspetti. Ci sono molti modi in cui tradiamo il nostro partner: con il disprezzo, con la trascuratezza, con l’indifferenza, con la violenza. Il tradimento sessuale è solo uno dei modi per ferire il partner. In altre parole, la vittima di un’avventura non è sempre la vittima del matrimonio.
Mi avete ascoltato, so cosa state pensando: lei ha un accento francese, deve essere favorevole alle avventure.
(Risate)
Vi sbagliate. Non sono francese.
(Applausi)
E non sono favorevole alle avventure. Ma poiché ritengo che da un’avventura possa uscire del bene, mi è stata spesso posta questa domanda davvero strana: Potrei consigliarla? Non vi consiglierei di concedervi un’avventura più di quanto vi raccomanderei di avere il cancro, anche se sappiamo che le persone che sono state male spesso parlano di come la malattia abbia fornito loro una nuova prospettiva. Tornando alla domanda iniziale che mi è stata posta quando sono arrivata a questa conferenza, cioè se avrei parlato a favore o contro l’infedeltà. Ebbene, la risposta è “sì”.
(Risate)
Guardo alle avventure da una doppia prospettiva: da un lato dolore e tradimento, dall’altro crescita e scoperta del sé, quello che fa a voi e quello che significa per me. Quando una coppia viene da me nel periodo successivo a un’avventura che è stata scoperta, dico loro sempre così: oggi in Occidente la maggior parte di noi avrà due o tre relazioni o matrimoni, alcuni di noi l’avranno con la stessa persona. Il vostro primo matrimonio è finito. Vi piacerebbe ricostruirne un secondo insieme?
Grazie. 



Volete condividere qualche pensiero? Cosa ne pensate? 

dott.ssa Laura Tresoldi

domenica 9 febbraio 2014

IL MATRIMONIO CHE VORREI: un film che parla di coppia e terapia di coppia.


IL MATRIMONIO CHE VORREI
Un film che parla di coppia e terapia di coppia.

Suggerisco la visione di questo film per avere un'idea delle motivazioni che possono portare la coppia, o un membro della stessa a spingere l'altro, ad un percorso di terapia di coppia. La settimana intensiva proposta nel film è lontana dalle nostre modalità di gestione del percorso che è circa di un incontro ogni 3- 4 settimane, ma offre alcuni spunti di riflessione e di conoscenza della modalità. 


Kay e Arnold sono sposati da più di trent’anni. Le loro abitudini di vita sono ben radicate, ma a dirla tutta soddisfano più lui che lei. Ora che i figli sono fuori di casa, Kay si sente più sola di prima, si scopre infelice e decide di prendere in mano la situazione. Venuta a sapere della settimana intensiva di terapia di coppia che il rinomato dottor Feld tiene ogni anno nel Maine, trascina là lo scettico Arnold, in cerca della miccia che possa riaccendere tra loro la scintilla che si è spenta con gli anni (o che potrebbe anche non esserci mai stata).



Lo avete visto? cosa ne pensate?

Avete domande sulla terapia di coppia che propone una psicologa sistemica?


Dott.ssa Laura Tresoldi

martedì 20 agosto 2013

DEPRESSIONE E RAPPORTO DI COPPIA

L’argomento si riferisce all’esplorazione dei sintomi depressivi della persona entro l’interazione di coppia.

Stabilito l’assunto secondo il quale l’individuo è parte di una varietà di contesti, anche i sintomi depressivi vengono posti in relazione a tali contesti, vale a dire le relazioni familiari, compresa la famiglia di origine, il contesto di lavoro, sociale e culturale.
Le relazioni intime sono viste sia come in grado di influenzare sia come influenzate a loro volta dal paziente e dai sintomi stessi. Le risposte che gli altri membri della famiglia forniscono all’individuo, possono contribuire al mantenimento di tali sintomi. Avviene così che il partner reagisca ai sintomi depressivi inducendo nella persona risposte in grado di generare un meccanismo di retroazione con ricadute sia sui sintomi sia sui comportamenti dei conviventi.
Altri fattori intervenienti sono le caratteristiche individuali, psicologiche e fisiche, e le esperienze personali, presenti e del passato. Si assume però che il mantenimento del disturbo dipenda in larga misura dai contesti in cui il paziente è inserito. Pertanto, lavorare su questi ambiti, può significare migliorare la sintomatologia depressiva.

Da un punto di vista relazionale, la depressione prende origine dalle esperienze che vedono l’avvicendarsi di eventi normativi, quali matrimonio e nascite, e di eventi paranormativi, per esempio, malattie gravi e lutti, che richiedono all’individuo di adattarsi alle situazioni nuove che si trova a vivere.
Fattori intrapsichici e interpersonali determinano la capacità di adattarsi più o meno bene alle circostanze. Coloro che non riescono in tale compito sono maggiormente esposti al rischio di sviluppare sintomi depressivi.
In generale, si può parlare di significati relazionali dei fenomeni depressivi, dentro la coppia, a vari livelli: di comunicazione, quando il messaggio veicolato funge da regolatore della relazione, da qui la possibile richiesta di un maggior coinvolgimento, protezione o controllo sul partner; di metafore di eventi famigliari, quali il tener in vita la memoria di un membro che è deceduto; di mantenimento del sistema allo scopo di impedire al partner di allontanarsi o ai figli di svincolarsi, di conservazione di una posizione all’interno del sistema grazie al mantenimento di pattern relazionali esistenti.
Inoltre, fattori sociali e culturali che contribuiscono alla depressione nel senso di mantenerla o di aggravarne la sintomatologia possono essere ascrivibili a problemi finanziari o legati alla casa, alla disoccupazione, all’isolamento sociale, alla discriminazione.

Le risposte dei partner al verificarsi della depressione nel coniuge possono essere di diverso tipo: ci sono famiglie dove i sintomi depressivi sono tollerati e altre che diventano molto critiche nei confronti dei comportamenti esibiti dalla persona.
Tentativi di distogliere il coniuge dai sintomi invitandolo a vedere principalmente gli aspetti positivi delle situazioni, può avere come risultato quello di far sentire più solo e non compreso il paziente che inasprirà le reazioni sintomatiche dando origine a vissuti di colui che ricerca in continuazione l’attenzione dell’altro. In questo caso, la tentata soluzione ha, come conseguenza, quella di esasperare la malattia. D’altro canto, una cura eccessiva da parte del partner porta a consolidare i coniugi nei ruoli, rispettivamente, di malato e di chi si prende cura di lui, anche nel momento in cui i sintomi non sono chiaramente depressivi ma possono essere di altra natura.

In molti casi, la consultazione terapeutica può rappresentare un valido aiuto alla coppia in difficoltà.
L’obiettivo è quello di ricontestualizzare i sintomi depressivi nelle relazioni di oggi e con le figure significative del passato per dare alla coppia nuove prospettive, nuove definizioni del problema e sperimentare nuove relazioni tra loro. Nel momento in cui si chiede aiuto è perché la capacità di risoluzione del problema è venuta meno. Allora, il compito del terapeuta è quello di esplorare con la coppia lo stallo cui sono giunti e il suo esprimersi nel sintomo depressivo, esplicitando altre possibili strade per la risoluzione, che tengano conto del sistema di credenze e di valori di cui la coppia è portatrice. L’identificazione di competenze, individuali e di coppia, e di comportamenti che hanno un effetto positivo sulla relazione, consente ai coniugi di ritrovare le forze per arrivare a interazioni più adattive.

Bibliografia:
Elsa Jones, Eia Asen (2000), Systemic couple therapy and depression, London, Karnac Books

Summary
Depressive symptoms can be seen in interactional terms and can be connected with different contexts such as family, world of work, of society and of culture.
Close relationships are regarded both as influencing and being influenced by the person and by his/her symptoms.
The responses of family members to the person may be seen as helping to maintain or contributing to the person’s distress and symptoms.
Within a family therapy, a couple can elicit what resources they have for achieving new and different interaction patterns that will not include the depressive symptoms.

Gloria Invernizzi

lunedì 25 marzo 2013

MODI DI AMARE E RELAZIONI INFELICI

MODI DI AMARE E RELAZIONI INFELICI


 A seguito degli articoli pubblicati su Psicopensieri sui diversi modi di amare ora vorrei parlare a voi e con voi di come si sceglie un partner.
Una fondamentale premessa: ci sono molti modi di amare e molte le modalità di esprimere il proprio attaccamento. Secondo alcune recenti ricerche, il 75% degli uomini e delle donne tende a trovarsi in legami, o a costruire relazioni, simili a quelle in cui è stato coinvolto da piccolo con la propria madre. Le previsioni di ciò che accede e ci si aspetta dalla relazione con la propria figura di attaccamento saranno poi da adulti generalizzate al partner (modelli operativi interni).
Se un adulto ha ricevuto da bambino un accudimento appropriato, in cui sentiva la propria madre rispondere alle sue esigenze affettive, non dovrà continuamente controllare la disponibilità della partner ad amarlo, si sentirà accettato e sicuro di poter essere amato. Questo uomo o donna in situazioni di difficoltà sentirà di poter chiedere aiuto ed esprimere ciò che prova alla persona amata, che penserà potrà essergli vicino.
Nelle relazioni di persone la cui la madre non era sintonizzata sui propri bisogni, invece, tutto è più complicato, si strutturano spesso in modo da assicurare continua infelicità. Allora perchè si perpetuano relazioni faticose e dolorose?
  • Scegliamo partner che mantengano una certa costanza con ciò che siamo abituati a ricevere, i partner con attaccamenti disfunzionali confermano ciò che si conosce e per questo le relazioni infelici sono difficili da rompere.
  • Anche quando persone con attaccamento sereno non riescono a rompere legami con partner insicuri, accade perchè quando si vive un legame infelice, è probabile che si entri in conflitto: ci si sente soli, rifiutati, in pericolo, questo fa riprovare il bisogno di accudimento provato con la propria madre, per sentirsi al sicuro. Questo meccanismo ci porta a tornare proprio dal partner per cercare conforto!

QUANDO SI ROMPE UN LEGAME...
  • le persone evitanti troveranno una conferma della loro difficoltà di entrare in relazione e sentiranno meno ansia di altri alla rottura. Spesso queste persone potranno essere quasi “sollevati” e punteranno sul altre relazioni, sulle novità.
  • Le persone ambivalenti rimarranno sconvolte e molto sofferenti a causa della fine di una relazione, spesso iniziano a disinvestire nella storia d'amore perchè non si sentono amati come il primo giorno e cercheranno di trovare sempre l'emotività della fase dell'innamoramento.
La consapevolezza del perchè si sia tanto infelici in una relazione, la conoscenza dei meccanismi che hanno portato ad una scelta e i motivi per cui sia difficile interromperla, possono essere d'aiuto nel recuperare un modo di amare felice e non doloroso.
Pensiamo allora di affrontare il problema con una terapia di coppia, o una terapia individuale.
Dott.ssa Arianna Borchia

giovedì 14 marzo 2013

UN CUORE CONGELATO: EVITAMENTO E RELAZIONI AFFETTIVE



“Per un verso le esperienze che una persona ha fatto, specialmente nell’infanzia, determinano le sue aspettative di trovare o mantenere in seguito una sua base sicura personale, e anche la misura in cui sarà capace di stabilire e mantenere un rapporto gratificante. Per l’altro la natura delle aspettative che una persona nutre e il suo livello di capacità hanno un ruolo rilevante nel determinare il tipo di persone a cui si accosterà e come queste si comporteranno con lei.” (Bowlby, 1979)

Congelare le emozioni e far prevalere la razionalità di un pensiero che dice di poter farcela da soli e di non aver bisogno di nessuno, negando i propri bisogni di conforto e accudimento.
Per sopravvivere una strategia: mantenere le distanze e celare a se stessi e agli altri l’ansia, la rabbia e lo sconforto.

Ma da dove nasce questa necessità di stabilire rapporti poco intimi,  garanzia per un’autonomia personale, basati prevalentemente sull’enfatizzare  la componente amicale e il lucido calcolo razionale? Perché non si può correre il rischio di essere rifiutati?
L’origine va rintracciata in un’infanzia  in cui si sono sperimentate delle relazioni con le figure di accudimento in cui le manifestazioni di affetto sono state banalizzate e ridicolizzate, trasmettendo una sensazione di non valere come le altre persone. Questo contribuisce a creare uno stile di attaccamento evitante. Una madre che minimizza le esigenze del figlio (“Sei grande, non devi piangere!”) o che si mostra irritata dalle manifestazioni di debolezza del bambino, gli da l’idea di esser pronta da un momento all’altro a recidere la relazione e negare il suo affetto. Madre fredda e rifiutante , convinta di fare il bene del proprio figlio, di prepararlo ad una vita impervia, molto spesso proprio come lei è stata allevata.

Il bambino impara presto a conformarsi alle richieste di questa madre per non perderla: lei agisce nel suo bene perché lo vuole indipendente e autonomo, mentre lui si sente cattivo perché prova disperazione e sofferenza.
Ed è così che, da grande, questo bambino potrà trovare ridicole le manifestazioni di affetto da parte di altri che lo fanno sentire solo imbarazzato e inadeguato, ma non farà trapelare nulla di tutto ciò. Da grande sarà sospettoso delle ragioni degli altri, spesso non degni di fiducia o ridicolmente dipendenti. Di fronte alla rottura di una relazione mostrerà indifferenza o solo un poco di dispiacere, mai disperazione o dolore. Non cercherà di opporsi a questa cosa, perché l’amore romantico non esiste nella realtà, è raro che un amore duri una vita intera ed è quasi impossibile trovare qualcuno di cui innamorarsi profondamente, non c’è bisogno dell’amore per essere felici; darà cosi un maggiore peso a obiettivi quali il lavoro, la carriera o il successo. Non tornerà sui suoi passi dopo la fine di una relazione, perché per lui quella sarebbe una “minestra riscaldata”.
In una relazione non darà segni di gelosia, sarebbe un segno di debolezza.  La tendenza è quella di cercare relazioni che lo scaldino poco, magari intensamente sessuali ma poco affettive. Quando ha la sensazione che il legame diventi troppo intimo si sentirà in gabbia e avrà bisogno di romperlo e cambiare ripartendo da zero. Alla volte è un traditore, quel comportamento sarà funzionale a mettere una distanza in un rapporto che l’"evitante" sente diventare troppo serio e dal quale non vuole dipendere. Non vuole essere vicino, ma nemmeno lontano. Quando ha una sofferenza preferisce stare da solo, perché è così che faceva quando era piccolo. E’ spesso irritato da una persona che tende a stagli vicino a tutti i costi e in tutte le maniere.

Ogni individuo è portatore di uno tipo di attaccamento, la consapevolezza di “funzionare” in determinato modo è il primo passo per costruire una vita relazionale felice.
Dott.ssa Marta Villa
Bibliografia
Attili G., Attaccamento e amore, Il Mulino, 2004
Attili G., Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente.Normalità, patologia terapia, Corina Raffaello, 2007

domenica 24 febbraio 2013

LE MONTAGNE RUSSE DEL CUORE: AMBIVALENZA E RELAZIONI AFFETTIVE


Monologhi infiniti e spesso furibondi davanti a partner muti o azzittiti mentre nella mente e nel cuore c’è il solo desiderio di un abbraccio capace di contenere la paura, silenzi prolungati e rancorosi, porte sbattute, odio dichiarato, amore negato, istinto di sopravvivenza che si traveste da attacco ma che resta difesa; contemporaneamente: grande dedizione, dichiarazioni d’amore, passione sessuale, generosità emotiva, diponibilità a donare amore profondo e totale. Il tutto in un’unica persona, il tutto in un’unica parola:AMBIVALENZA.
Non è fantascienza e nemmeno follia.

A questo punto, se state ancora leggendo, molto probabilmente o vi siete riconosciuti e non vedete l’ora di capire qualcosa in più di voi stessi o sentite di volere qualche chiarimento…magari per evitare di imbattervi in questi strani personaggi simili a una figura mitologica metà amore e metà odio, ebbene sia che apparteniate ad un gruppo che all’altro credo sia utile partire dal chiarire cosa intendiamo con il termine ambivalenza.
Questo concetto si riferisce alla compresenza di emozioni, sia positive che negative, nei confronti di uno stesso oggetto, di una stessa persona o la stessa idea, ma anche lo stato di chi presenta pensieri e azioni che si contraddicono a vicenda, come nel caso di sentimenti di amore-odio per qualcuno o qualcosa. Il termine deriva dalla combinazione delle parole latine ambi (entrambi) e valentia (forza, capacità). Si usa comunemente anche in situazioni in cui una persona si trova in uno stato di confusione o incertezza.
Ognuno di noi  potrà riconoscere di aver fatto esperienza di questo vissuto o di questa confusione che spesso esita nel pensiero di non riuscire a capire se stessi e i propri bisogni, tuttavia se da un lato può capitare a tutti di sperimentare stati di ambivalenza più o meno intensi, dall’altro c’è chi ci convive costantemente tanto che possiamo parlare non di “stati” passeggeri e circoscritti ma di un modo di stare al mondo che diventa aspetto strutturale della personalità che può, evidentemente, esprimersi con diverse sfumature e livelli di intensità; ma come mai tutto ciò accade?
Una possibile risposta e' che queste persone hanno spesso sperimentato, fin dall’infanzia, una disponibilità di cure “intermittenti”da parte di chi doveva prendersi cura di loro, a volte adeguate a volte no, a volte presenti a volte assenti, questa imprevedibilità ha generato un’esperienza di insicurezza e ansia rispetto alla capacità degli altri di essere un riferimento di sostegno affettivo e pratico stabile: questa esperienza precoce di insicurezza ha plasmato il funzionamento psichico ed emotivo e ciò ha creato le premesse per  una riproduzione di questo modello in tutte le relazioni importanti successive in cui dominerà oscillazione tra il desiderio e la speranza di ricevere cure e il timore della delusione dei propri bisogni.
Queste persone sembrano convivere con una fame di dimostrazioni di affetto e, contemporanamente, spesso con una rabbia (più o meno dichiarata) per non riuscire ad essere saziati. Quanto appena detto può creare le basi per innesco di un pericoloso circolo vizioso: gelosie, scatti d’ira, agiti impulsivi verbali e fisici, veri e propri attacchi alla relazione che, talvolta, inducono i partner ad una fuga che andrà a confermare l’antica e profonda convinzione che potrebbe essere riassunta in questo modo: “avevo ragione a pensare che non mi amava abbastanza…”, e ad alimentare un vissuto, ancor più intimo e profondo, che potrebbe suonare più o meno così: “non sono degno di essere amato”.
Descritta così una persona ambivalente sembra ingestibile, rancorosa, insopportabile eppure a quanti di voi si riconoscono o pensano a qualcuno che conoscono e al quale, magari, tengono? Questo è dovuto al fatto che l’ “ambivalente” è colui che, tipicamente, è capace di grande slancio emotivo, è spesso molto sensibile, affettuoso, passionale, vive le emozioni in maniera intensa totale e coinvolgente, si lascia trasportare emotivamente dalle storie che gli si raccontano e ciò lo rende un confidente e partner affidabile. L’aspetto che potrebbe apparire “bizzarro” è che una volta raggiunta una certa intimità scatta in automatico in loro una sorta di campanello d’allarme che li spinge a difendersi aumentando la distanza..ma cosa temono? Temono di perdere l’affetto-amore che hanno conquistato e spesso può capitare che anticipino questo rischio allontanandosi per poi ritornare se non le si rincorre, agendo proteste più o meno esplicite, mettendo alla prova le relazioni: tutto ciò li espone al richio di “autosabotaggio”.
Si muovono tra i tornanti della vita e i tormenti delle loro ferite antiche alla ricerca di partner desiderosi di percorrere il viaggio della vita non su binari lineari ma su quelli più ripidi e contorti: le montagne russe possono spaventare ma garantiscono adrenalina pura e vitalità…nel bene e nel male.

                                                       Dott.ssa Marzia Montinaro

sabato 2 febbraio 2013

IL TRADIMENTO NELLA VITA DI COPPIA. Quando il "terzo" non è un partner sessuale


Con l’innamoramento due individui si scelgono in modo elettivo preferendosi ad ogni altro. Il legame cui danno vita rappresenta una congiunzione unica frutto dell’incastro di specifici tratti di personalità, storie generazionali,  desideri, bisogni e paure. Ciascuno è infatti portatore di una propria dotazione che viene fatta convergere nell’unità di coppia. Questo peculiare incastro non è tuttavia da intendere come esito della sola somma di risorse e deficit  che caratterizzano il bagaglio di ognuno. La coppia è un “noi”, un luogo terzo di cui ognuno dei partner deve prendersi cura, difenderlo e proteggerlo attraverso azioni concrete.
Può essere utile soffermarsi brevemente sull’etimo del termine relazione, esso si presta ad un duplice ordine di significazione:  rimanda in primo luogo al latino re-ligo che significa “legame tra” e indica che tra due o più soggetti vi è in corso un’interazione, una connessione, uno scambio. L’altro rimando è il re-fero che vuol dire “riferimento a” e mette in luce, di contro, la comune appartenenza. Rappresenta, in altri termini, il prodotto  cumulativo della storia delle varie interazioni vissute. L’interazione, è un evento circoscritto che accade qui e ora e si dispiega nel presente, ne sono una esemplificazione uno sguardo reciproco, una conversazione telefonica. Sono queste interazioni che riempiono la relazione, la nutrono ma è quest’ultima che permette di assegnare alle singole interazioni un’unità di senso. In ambito familiare questa connessione diventa storia generazionale. I legami, le interazioni contribuiscono a creare una memoria, consentono la costruzione di una storia, di un nuovo intreccio che si riannoda ad altri legami e lo rendono significativo.
La nuova coppia dunque non nasce nel vuoto, la sua esistenza non rappresenta un inizio in assoluto ma è un punto di convergenza tra due storie familiari, un nuovo intreccio all’interno in una trama generazionale. All’interno della storia relazionale passata, la neo coppia dovrà tuttavia trovare una terza via per costruire una sua  propria originale identità. Detto altrimenti, dovrà procedere alla stesura di un nuovo capitolo della storia familiare e per poterlo fare  in termini creativi, occorre che abbia alle spalle una sana qualità di scambio intergenerazionale.
La forte connessione relazionale  che le nuove generazioni sperimentano con i propri genitori – impensabile all’epoca di questi ultimi – se da un lato offre l’occasione di una più intima vicinanza affettiva-emotiva reciproca, dall’altro la partecipazione-protezione e coinvolgimento del genitore nella vita del figlio giovane adulto induce ad una vischiosità e dipendenza reciproca che congela le sue spinte all’autonomia e all’indipendenza bloccandolo entro schemi rigidi di protezione e di cura infantilizzanti che si rivela ancor più tossico laddove il figlio/a abbia già costituito una sua propria famiglia. La neo coppia, esposta al rischio di invischiamento è dunque chiamata a realizzare una revisione del sistema di lealtà riguardante il partner e le proprie famiglie d’origine. La lealtà nei confronti del partner deve assumere aspetti di priorità ed esclusività, di converso quella con le famiglie d’origine va delimitata. Si tratta di un vero e proprio tradimento della vita di coppia quello in cui il terzo che vi si inserisce non è un partner sessuale ma un avversario/rivale  più difficile da affrontare e combattere: “sua mamma e/o suo papà”. La separazione dalla propria famiglia di origine si configura come un passaggio cruciale fondamentale che entrambi i membri della coppia devono legittimarsi a compiere pena l’inevitabile sensazione di trascuratezza da parte di chi, sentendosi collocato dal proprio partner al secondo posto rispetto ad uno o entrambi i suoceri, finisce per occupare stabilmente quella posizione di ripiego, diventando una sorta di surrogato. Paradossalmente può dunque accadere che sia il partner a sentirsi “di troppo “nella coppia genitore-figlio! Di questo passaggio critico che ogni coppia è inevitabilmente tenuta a compiere per garantire il proprio benessere, se ne parla anche in un versetto della Genesi (2,24) in cui si legge Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla donna e i due saranno una carne sola”. Il senso di queste parole è che il figlio una volta diventato adulto, se intende diventare una coppia, cioè diventare “uno” con la sua partner, deve lasciare il padre e la madre, separarsene, non solo fisicamente ma anche in termini psichici. Il compimento di questo passo è di difficile realizzazione ovvero non avviene in maniera automatica con l’uscita dalla casa genitoriale. Spesso è possibile osservare dei distacchi che in realtà sono solo apparenti: pur essendosi allontanati fisicamente dalla casa paterna i figli/neo sposi  non  riescono a considerare, quella col partner, la relazione privilegiata, quella su cui investire di più. Psicologicamente restano profondamente vincolati all’uno o all’altro dei propri genitori e ancorati  nella primaria condizione di figli.
La relazione con i genitori è asimmetrica, il figlio si trova nella condizione di ricevere cure più che darle. La relazione col coniuge, di contro è caratterizzata dall’equità nel darle e riceverle, è paritaria, prevede un rapporto simmetrico ed è per questo più impegnativa.  Chi è stato molto accudito e amato, fatica ad abbandonare questo tipo di legame privilegiato e gratificante col genitore e lo continua a ricercare anche una volta sposato. Esiste tuttavia l’evenienza opposta, quella in cui la fatica a lasciare il padre o la madre, dunque a svincolarsene trova ragione in un sentimento di trascuratezza affettiva esperita da parte di uno di loro, o di entrambi. Detto altrimenti, il distacco non è realizzabile se si sente di non aver ricevuto abbastanza in termini affettivi, se  – usando  una metafora – si è usciti di casa con le “valigie troppo vuote”. In questo caso accade che il figlio/a si ostini nell’inutile inseguimento del genitore da cui si sente di dover essere risarcito/a ottenendo tuttavia come effetto che il partner se ne senta tradito perché posto in secondo piano. Non si può maturare come coppia se non si matura la separazione dalle famiglie d’origine. Il coinvolgimento con queste ultime deve potersi configurare come un’intimità/sostegno a distanza. Il sostegno a distanza risulta poi particolarmente importante in occasione della nascita dei figli: sostenere nel ruolo di genitori i propri figli, partecipare alla vita dei nipoti senza assumere il ruolo di genitori vicari ma assumendo la nuova identità di nonni consente di evitare il rischio di incorrere in uno dei due estremi dato dall’invadenza e dal disinteresse. Solo spostandosi indietro di una posizione i nonni possono permettere ai loro figli di diventare le autorità parentali centrali, ma anche questi devono potersi autorizzare a compiere questo decisivo passo in avanti, assegnando alla relazione col partner un ruolo privilegiato, regolando la distanza con le famiglie d’origine, tracciando nuovi confini con esse. In conclusione, ognuno è impegnato a compiere un salto in avanti e indietro lungo il ciclo di vita familiare, l’accettazione quindi della transitorietà del proprio ruolo si configura come segnale forte in grado di annunciare un avvenuto passaggio di consegne tra generazioni familiari. I coniugi devono dunque assumersi in pieno la responsabilità del compito di avviare e portare avanti e ancora riattivare, quando necessario, questi processi di svincolamento per il benessere della propria relazione.
Dott.ssa Moira Melis

Bibliografia
Cirillo, S., I molteplici tradimenti nella vita di coppia, disponibile on line presso http.// www.scuolamaraselvini.it
Scabini,E., Cigoli, V. (2000), Il famigliare. Legami, simboli e transizioni, Milano, Cortina
Scabini, E., Rossi G.,(2000) Dono e perdono nelle relazioni familiari e sociali, Milano, Vita e Pensiero
Scabini, E.,(1995) Psicologia sociale della famiglia, Torino, Bollati Boringhieri, pp.119-138    

 

 

giovedì 5 aprile 2012

Competenza della comunicazione menzognera: quale miglior mentitore che il mentitore sincero?

Divertente scena in cui la preparazione della Torta capovolta all'ananas fa da cornice ad uno scambio discomunicativo, menzognero

"...magari fosse così semplice impastare la fiducia!..."
Viene pretesa dall'altro la fiducia senza essere tuttavia disposti a concederla a propria volta...
Dott.ssa Moira Melis

sabato 24 marzo 2012

CARL e ELLIE: 2°parte

Carl e Ellie: La storia di un incontro che ha saputo trasformarsi in legame generativo: il progetto condiviso è il filo rosso che si pone all'origine del loro legame di coppia e lo trascende...

Dott.ssa Moira Melis

venerdì 23 marzo 2012

Coppia

STORIA D'AMORE DI CARL E ELLIE: 1°PARTE
"Sai non sei uno che parla tanto...MI PIACI!"
http://youtu.be/4cg1sg9dJvQ

Dott.ssa Moira Melis