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lunedì 19 ottobre 2015

Inside Out e le emozioni


Tutti ne parlano ma voi lo avete visto? 
 


Cliccando sul link trovate l'invito all'evento organizzato dall'Ordine degli Psicologi della Lombardia a tema: educare alle emozioni. 




mercoledì 3 giugno 2015

FAMILY DAY PER IL COMPLEANNO DEL CENTRO COME.TE DI LODI


Ai nostri lettori vogliamo comunicare che il giorno venerdì 12 giugno 2015 al Centro Come.Te per lo studio e la cura del trauma della cooperativa Sol.i a Lodi,  in via Agostino da Lodi, n° 9  c'è il FAMILY DAY. Una giornata di colloqui gratuiti dalle 10 alle 18 per avvicinare le famiglia alla cura psicologica.
Al Centro Come.Te troverete servizi di psicologia e psicoterapia, psicologia giuridica, logopedia, mediazione familiare.
Chiamate per la vostra consulenza gratuita o venite a trovarci!
Dott.ssa Arianna Borchia

sabato 31 agosto 2013

STORIE FACILI PER COMUNICAZIONI DIFFICILI, quando parlare ai bambini diventa difficile

Perché il linguaggio che utilizziamo con gli adulti, con i bambini non va bene?
Se pensiamo alla domanda spesso posta dagli adulti ai bambini che manifestano sofferenza: “Cosa c’è che non va?”, notiamo che di solito i bambini non rispondono o rispondono frettolosi: “Non c’è niente che non va” o “Sto bene”; dichiarazioni che spesso chiudono la porta alla possibilità di aiutarli. Un bambino non può rispondere con lo stesso linguaggio con il quale gli è stata rivolta la domanda, perché il suo linguaggio naturale è fatto di immagini e di metafore come quelle delle storie e dei sogni ed è lontano dal linguaggio del pensiero degli adulti, le cui parole risultano per lui aride, riduttive, troppo cognitive per affascinarlo.

Dove si trova il linguaggio adatto ai bambini?
Nelle storie, nelle filastrocche, nelle immagini, nelle metafore e in tutto ciò che anima una comunicazione agita nel regno dell’immaginazione. Si tratta di un biglietto di ingresso per il mondo interiore del bambino che offre l’occasione per parlare di emozioni e sentimenti a una distanza di sicurezza che permette di parlare di sé tramite attori e protagonisti che non sono direttamente il bambino, ma che magari gli somigliano. E’ come se noi gli dicessimo: “guardiamo le vite di questi personaggi senza guardare direttamente te” e questo diminuisce l’ansia. Accade, così, che leggendo insieme una storia si sperimenta una sintonizzazione emotiva tale per cui la relazione diventa la cassa di risonanza del racconto, il luogo in cui genitori e figli, terapeuti e bambini possono disegnare gli intrecci tra le vicende narrate e quelle umane condividendo esperienze comprensibili ad entrambi.

Quando la metafora linguistica diventa terapeutica?
Se la forza suggestiva della metafora consente di descrivere ciò che a parole non sapremmo esprimere, la sua reinterpretazione in chiave simbolica permette di stabilire una connessione con le esperienze interne. La familiarità dell’ esperienza evocata dalla metafora letteraria offre, così, l’occasione di entrare nelle emozioni e di condividerle con gli altri.

Un esempio di metafora sul legame madre/bambino.

"FILI E NASTRINI
Tutte le mamme del mondo hanno i nastrini
tanti nastrini lunghi e colorati
che legano i loro cuori
a quelli dei loro neonati.
Nastrini invisibili che spesso
si allungano, si allungano, si allungano…
e poi si accorciano, si accorciano, si accorciano….
I nastrini sono resistenti
niente può tagliarli, neppure i denti.
I nastrini legano mamme e bambini
e tengono insieme i loro cuoricini.
Tanto li separa la distanza
ma il filo unisce questa lontananza.
Se la mamma vola in Cina,
è al lavoro, o va in cucina,
il tamburo del cuore batte forte forte
un dolore che ci tocca in sorte.
Allora in una lingua misteriosa
mamma e bambino si parlano:
io ora non ti vedo, però una cosa c’è
che tu sei sempre dentro di me."

Nel testo, le metafore si riferiscono agli assunti psicologici riguardanti la permanenza dell’ oggetto e l’attivazione emotiva/arousal. Il primo è rappresentato dai nastrini/fili colorati che uniscono i cuori delle mamme a quelli dei loro bambini, da riferire alla conservazione del legame anche in assenza della figura di attaccamento. Il bambino ha l’età per comprendere lo svolgersi degli eventi e quindi di prevedere il ritorno della madre dopo la separazione. L’attivazione emotiva del bambino e della mamma al momento di lasciarsi è resa invece con la metafora del tamburo del cuore che batte.

Quando è utile una metafora sul legame?
Nelle situazioni in cui accedere a un pensiero di separazione può essere inizialmente difficile da affrontare non solo per il bambino piccolo ma anche per la madre: il rientro al lavoro dopo il parto e lo svezzamento, l’ingresso alla scuola dell’infanzia, oppure in concomitanza di eventi particolari come il cambiamento di abitazione o di scuola, la nascita di un fratellino, gravi malattie, lutti, conflitti tra genitori, ovvero quando l’ansia di separazione e le fantasie di abbandono si accentuano.

Gloria Invernizzi

Riferimenti bibliografici:
Bruno Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, 1997, Milano, Feltrinelli editore
Margot Sunderland, Raccontare storie aiuta i bambini, 2009, Erickson
Emanuela Nava, Mamma Nastrino, papà Luna, Il battello a vapore

mercoledì 7 agosto 2013

... l' ETA' di MEZZO ...







Stiamo parlando dei PRE ADOLESCENTI: i ragazzi e le ragazze nella fascia d'età che va dai 9 ai 12 anni circa. Quelli che non sai se chiamare bambini o ragazzi.
I PRE ADOLESCENTI rifiutano l'essere bambini e iniziano a comportarsi come adolescenti ma non lo sono ancora.
 
Chi sono allora e che caratteristiche presentano:
I pre-adolescenti sono troppo grandi per fare i giochi da bambini ma anche troppo piccoli per divertirsi come gli adolescenti; gironzolano un po’ dappertutto, comprano tutto quello che possono o spingono i genitori a farlo.
I preadolescenti sono in contina lotta con il loro desiderio di indipendenza, che si scontra però con il loro bisogno di avere ancora dei limiti imposti dai genitori.
I pre-adolescenti svolgono attività come l’andare al cinema, passare del tempo con gli amici e la famiglia, fare sport, giocare ai video giochi e guardare la tv.
I pre- adolescenti hanno diversi livelli di espressione del bisogno: alcuni bisogni sono chiaramenti verbalizzati, altri taciuti, altri ancora espressi ma in modo mascherato affidati alla capacità dei genitori di interpretarli.

Come ogni età dello sviluppo anche la PRE ADOLESCENZA ha degli specifici "compiti" da superare che riguardano lo sviluppo fisico-corporeo, cognitivo ed emotivo-affettivo.
Il cambiamento fisico è il più evidente segno del passaggio dal bambino all' adolescente che porta in tutti la paura dell'essere INADEGUATI, SBAGLIATI rispetto agli altri del gruppo dei pari. Importante è aiutare ad accettarsi e imparare a convivere con questo nuovo corpo che diventa sempre più, anche se in tempi diversi, parte del sé.
Alla maturazione corporea segue il consolidarsi delle condotte del genere di appartenenza. Il gruppo dei maschi e il gruppo delle femmine: quante volte si vedono gruppi che si siedono nettamente separati?
L'apertura del pre-ado verso nuove forme di socializzazione e l'autonomizzazione dalla propria famiglia porta ad un orientamento da " verso i genitori" a "verso i pari". Nonostante la situazione di dipendenza, idealizzazione e bisogno del genitore sia ancora forte il pre-ado esplora nuove forme di indipendenza ed autonomia esterne.
Il gruppo dei pari, un' amicizia elettiva: tutte occasioni per confrontarsi, sentirsi accettato, sviluppare la propria identità. E' nell'età di mezzo che si passa da un'identità fondata sui modelli di riferimento nel quali ci si è identificati per arrivare, non senza sforzi, ad una definizione originale di sé nella quale il pre-ado assomiglia sempre più a sé stesso.
Le capacità riflessive e di critica si sviluppano ma con tempi lunghi, per questo la figura di un genitore è ancora il riferimento necessario, anche se non sempre accettato, per le scelte del pre-ado in un gioco di vicinanza e distanza che varia con il tempo e lo sviluppo delle competenze.

Il pre-adolescente per la sua caratteristica intrinseca di essere nell'età di mezzo ha bisogno di autocomprendersi, questo sarà sicuramente più facile con l'aiuto di un genitore: l'adulto di riferimento aiuterà il pre-ado a trovare la propria identità, ad esprimerla, ad selezionare quei valori che saranno punti fermi nella sua vita.
Nonostante la sempre maggiore difficoltà nel comunicare, i preadolescenti non rifiutano l'incontro con i grandi. Soltanto lo cercano attraverso modalità diverse, rispettose della loro soggettività, dei loro silenzi e delle loro difficoltà in un momento di confusione, di crescita, dove già capire sé stessi non è semplice...figuriamoci farsi capire.


Dott.ssa Laura Tresoldi







lunedì 29 luglio 2013

Il dramma delle spose bambine: la storia di Nada


Da qualche giorno circola su YouTube il video testimonianza di Nada al-Ahdal, una bambina di 11 anni – che vive a Sana'a, la capitale dello Yemen – che con grande coraggio è riuscita a sottrarsi, fuggendo, all’ingiusta imposizione dei genitori di farle contrarre matrimonio con un ricco yemenita al quale era stata venduta, e a denunciarli. Una storia, quella di Nada che lascia sperare in un possibile lieto fine anche per tante altre sue coetanee costrette a matrimoni combinati con uomini di 40, 50 ma anche di 70 anni più grandi di loro. Dire di no e opporsi ad un tragico destino che lede i diritti dei bambini impedendo loro di crescere serenamente, giocare e dedicarsi alla propria istruzione è possibile. Nada non ha rinunciato a credere che poteva salvarsi, non si è arresa ha lottato per difendere il suo desiderio di libertà e potendo contare sull’affetto e il sostegno di una figura di riferimento importante quale lo  zio Abdel – al quale era stata affidata in tenera età – ce l’ha fatta. La generosa decisione dello zio di accogliere Nada presso la propria famiglia, prendersi cura della sua educazione e istruzione, ha permesso probabilmente alla bambina di sentirsi degna di valore, meritevole dell’affetto che le dimostravano. Tale contesto di crescita ha probabilmente saputo promuovere in lei l’acquisizione di quei comportamenti resilienti e di auto protezione che l’hanno aiutata a salvarsi: Nada si è autorizzata a ribellarsi a quel drammatico destino, cui i genitori, fattisi nuovamente vivi al compimento dei suoi 10 anni volevano costringerla, perché sapeva di non essere sola in questa sua battaglia. Consapevole del suo diritto a vivere con spensieratezza la sua età e risoluta nel non rinunciarvi, esprime con grande enfasi, nel video di denuncia, il suo pensiero su questa deplorevole pratica che disumanizza le bambine, privandole della vitale giocosità tipica della fase infantile e adolescenziale. Dichiara a gran voce che preferirebbe morire piuttosto che sposarsi così precocemente ed essere condannata a rinunciare ai suoi sogni. Con le sue parole: "Voglio realizzare i miei sogni. Mia zia è stata costretta a sposarsi a 13 anni e quando non ce l'ha fatta più, a 14 anni, si è cosparsa di benzina e si è data fuoco. Io voglio andare a scuola, avere una vita. Non voglio saperne nulla di un matrimonio ora. Voglio dire a tutti i genitori: 'Non uccidete i nostri sogni'. Se mi fossi sposata non avrei avuto nessuna vita, nessuna istruzione. Possibile che non hanno alcuna compassione? Cosa abbiamo fatto noi bambini per meritarci questo? Che fine ha fatto l'innocenza dell'infanzia?Preferirei morire piuttosto che sposarmi. Io sono riuscita a risolvere il mio problema. Ma tante bambine non ce la fanno e potrebbero morire o suicidarsi. Alcune bambine si sono gettate in mare e sono morte. Questo non è normale. I miei genitori hanno minacciato di uccidermi se fossi tornata da mio zio. Questo è criminale. Una cosa voglio dire alla mia famiglia: 'Credetemi, con voi ho chiuso. Avete distrutto i miei sogni'" In merito a questa diffusa pratica, così si esprime Razeqa Negami, un’attivista per i diritti umani: “Molta gente non sa che i matrimoni precoci causano alle ragazze seri rischi di salute e psicologici”. Anche  Malalai Nazery, che si occupa di salute e maternità presso UN Children’s Fund (Unicef) a Kabul ha dichiarato che “per una bambina, il matrimonio può essere un percorso anormale e rischioso in quanto finisce per addossarsi tutti i carichi e le responsabilità di un adulto.” Le stime più recenti dell'Unicef indicano che, esclusa la Cina, 70 milioni di donne tra i 20 e i 24 anni - circa una su tre - si sono sposate prima dei 18 anni: di queste, 23 milioni hanno contratto matrimonio addirittura prima di aver compiuto 15 anni. Al matrimonio spesso segue una gravidanza precoce che comporta gravi rischi per la salute delle giovani madri oltre che del nascituro: alla gravidanza e al parto sono legati circa 50 mila decessi ogni anno tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni. Le ragazze che partoriscono tra i 10 e i 14 anni hanno invece una probabilità di morire durante il parto cinque volte superiore rispetto a quelle tra i 20 e i 24 anniIn India, uno dei Paesi al mondo con il maggior numero di ragazze sposate prima dei 18 anni, il tasso di matrimoni precoci è diminuito a livello federale e in quasi tutti gli Stati: dal 54% del 1992-1993 si è scesi al 43% del 2007-2008, anche se il ritmo del calo è ancora molto lento. Programmi di prevenzione dei matrimoni precoci sono stati portati avanti anche dall’Unicef da tempo impegnata nel  contrastare questo fenomeno attraverso strategie mirate alla sensibilizzazione delle comunità locali e alla promozione di un sempre maggiore accesso all’istruzione come strategia mirata alla presa di coscienza dei diritti umani fondamentali. Anju Malhotra, responsabile della sezione Genere e diritti dell'Unicef si augura che grazie all’istruzione “le ragazze possano rivendicare i propri diritti e realizzare il loro pieno potenziale.” Sebbene nel 2006 sia stato approvato il Child Marriage Prohibition Act , una legge entrata in vigore nel novembre del 2007, favorita anche dall’Unicef, che punisce con la reclusione chiunque assista o collabori alla celebrazione di matrimoni infantili e permette l'annullamento di un matrimonio avvenuto in età illegale se richiesto dal minore stesso, la situazione non pare essere cambiata. Secondo le Nazioni unite da qui al 2020 si registreranno all’anno circa 14 milioni di spose bambine. Nada ha lottato con tenacia e determinazione per riconquistare la sua libertà e i suoi diritti, animata da una spinta protettiva di sé e vitale. La minaccia di morte rivoltale dalla madre per costringerla ad accettare il matrimonio, qualora si fosse realizzata non sarebbe stato  per lei così terrificante quanto  l’alternativa di assecondarla nella  sua decisione mortifera che avrebbe comportato  l’autodistruzione, tacitamente condivisa, della propria anima.  
Dott.ssa Moira Melis
 

mercoledì 24 luglio 2013

Adulti e bambini di fronte al lutto: l'importanza di dire e di come raccontare

Accettare la morte è un apprendimento importante per tutti i bambini, sono gli adulti che spesso vacillano e temono che i figli restino traumatizzati, depressi o sfiduciati da un evento che oltre a renderci consapevoli della mortalità dell’essere umano, ci fa capire che la morte non ferma la vita.
Il lutto che ne segue è il tempo in cui trovare una nuova forma di relazione con chi non c’è più. Così scrivono Pellai e Tamborini (2011): “Il lutto nei bambini può essere pensato come una terra smossa dal terremoto, sconvolta nella forma ma pronta ad accogliere e far germogliare nuovi semi, … . Pensare al lutto come a un periodo che, oltre a molto dolore, può recare con sé anche tracce di possibili speranze è il primo difficile passo per chi vuole aiutare un bambino a ripartire.”
Si sa che la famiglia costituisce una grande sicurezza, un punto fermo cui riferirsi quando si presenta un pericolo o una difficoltà. Nel momento in cui uno dei membri è in pericolo di vita o muore, la sicurezza subisce una forte scossa che mina l’equilibrio dell’intero nucleo. La famiglia si trova di fronte a una situazione alla quale non è preparata e gli interrogativi pratici ed emozionali non trovano risposta adeguata, le risorse sembrano mancare.
           Nel parlare con i bambini, gli adulti, in difficoltà loro stessi, spesso tendono a usare un linguaggio non sempre adeguato all’età e al loro sviluppo. Da un lato, parlare con un linguaggio molto tecnico rischia di allarmare ulteriormente il bambino rispetto a una situazione già percepita come pericolosa e l’incomprensione non fa altro che aumentare nei piccoli la preoccupazione e l’ansia. Al contrario, un linguaggio troppo semplice fa arrabbiare il bambino che si sente preso in giro.  L’uso di esempi può essere di aiuto nella spiegazione, ma questi devono essere scelti sulla base delle capacità di comprensione del bambino, la cui verifica, da parte dell’adulto, permette di correggere e calibrare le comunicazioni successive.
Dire la verità al bambino non è in contraddizione con l’usare storie, immagini o elementi fantastici con cui soprattutto i più piccoli hanno molta familiarità, si tratta di linguaggi che possono fare da ponte tra la realtà e l’immaginazione.
           Comunque, il punto di partenza resta sempre la domanda che pone il bambino, la quale non esige ogni volta una risposta secca ed esaustiva. Trattandosi di domande emozionali, hanno bisogno di tempo per essere gestite e una stessa richiesta può essere riproposta  dal bambino più e più volte. Non sempre è per incomprensione del contenuto, più spesso si tratta della difficoltà di avvicinare il contenuto emozionale che, essendo  vissuto in modo così angoscioso, contribuisce a oscurare o confondere la risposta data. I bambini pongono più volte la stessa domanda anche quando sembra che abbiano compreso il senso della risposta, la ripetizione in genere li rassicura e la reiterazione della domanda e della risposta ha la stessa funzione. L’espressione del volto del bambino è uno dei segnali più chiari del vissuto emozionale relativo a quanto diciamo loro e questo ci può aiutare nella scelta degli argomenti.
           L’importante è aiutare i bambini nella ricerca di parole e azioni capaci di comunicare le emozioni che sentono dentro. Per quanto forti e distruttivi possano essere i vissuti di dolore per la perdita di una persona cara, poterli esprimere rimane un passaggio fondamentale verso la ricerca di un nuovo equilibrio, spiegare i fatti e suscitare pensieri di speranza permette loro di andare oltre la situazione in cui si trovano.
Gloria Invernizzi 


Bibliografia:
Pellai A., Tamborini B. (2011), Perché non ci sei più? Accompagnare i bambini nell’esperienza del lutto, Trento, edizioni Erickson.
Sgarro M., (2008), Il lutto in psicologia clinica e psicoterapia,Torino, Centro Scientifico Editore.

martedì 2 aprile 2013

MAMMA, PAPA’…IO A SCUOLA NON CI VADO!



Capita a volte di vedere genitori che non sanno più cosa fare per convincere i loro figli ad entrare a scuola! Se va bene si vedono bambini in lacrime, ma nei casi più complessi si possono vedere piccoli alunni che si attaccano alla gamba dei genitori, che urlano, che si incollano al cancello della scuola per non entrare. Da una parte i genitori imbarazzati e a volte arrabbiati, dall’altra parte le insegnanti impotenti. In mezzo loro: bambini che stanno soffrendo.
Se il disagio è circoscritto solo ed esclusivamente alla scuola si può parlare di “Fobia scolare”. Essa riguarda l’ansia eccessiva che coglie il soggetto proprio quando deve andare a scuola e durante le ore scolastiche,  compromettendo in modo significativo una regolare frequenza. I sintomi più frequenti che il bambino può manifestare possono essere agitazione, ansia, paura e possono riguardare anche l’area somatica lamentando mal di testa, mal di pancia, nausea, palpitazioni fino ad arrivare a disturbi del sonno, enuresi e risvegli notturni.
A volte però…c’è dell’altro.
La scuola è l’ambiente che il bambino frequenta per ben otto ore al giorno. Proviamo a pensare…se noi stessi avessimo delle preoccupazioni che riguardano un certa situazione che viviamo in casa, saremmo sereni a lasciare la casa stessa per ben otto ore di seguito?
La maggior parte di voi…direbbe di no.
Ecco cosa succede ad alcuni bambini che non riescono ad andare a scuola e a separarsi dai propri genitori anche per poter vivere altre esperienze.  Si parla in questo caso di “Ansia da separazione”.
Essa fa riferimento ad un’ansia inappropriata, rispetto al livello di sviluppo, che il bambino sperimenta quando viene separato dalla figura principale che si prende cura di lui. Spesso c’è una persistente ed eccessiva preoccupazione rispetto al fatto che un evento spiacevole e imprevisto possa capitare alle persone a cui lui è principalmente legato.  Si tratta di bambini che a volte hanno anche difficoltà a stare da soli, a dormire da soli e che si lamentano per molteplici sintomi fisici.
In questi casi la difficoltà ad andare a scuola, non sarebbe legata all’ambiente scolastico in sé, ma alla difficoltà di separarsi dalle figure di riferimento e dall’ambiente domestico. 
Cosa si può fare nell’immediato per aiutare un bambino che vive questa situazione?
È importante evitare di uscire di nascosto per la paura di scatenare il pianto del bambino, in quanto questa modalità aumenterebbe maggiormente il senso di insicurezza del piccolo. Fondamentale è trattare con serietà l’ansia del bambino in modo comprensivo e sereno evitando di minimizzare o prendere in giro con frasi come “adesso sei grande, basta capricci” o ancora “se non la smetti andrai in punizione!”. È più opportuno spiegare bene la situazione che il bambino deve affrontare nel qui ed ora rendendo il più prevedibile possibile la realtà.
Cosa si può fare per aiutare in modo significativo un bambino che vive questa situazione?
I sintomi che i bambini portano non devono essere sottovalutati. Se si esprimono così significa che il bambino non trova le parole per dirlo in altro modo. Con l’aiuto di uno psicologo è possibile capire le difficoltà che stanno alla base di questo disagio e lavorare per risolverlo alla radice. 
Dott.ssa Laura Prada

venerdì 8 marzo 2013

DISTURBO DA DEFICIT DI ATTENZIONE E IPERATTIVITA'- ADHD-
Un convegno per condividere percorsi diagnostici e terapeutici in Lombardia
28-29 maggio 2013
Milano- Istituto Mario Negri-
Per iscrizioni entro 15 maggio ADHD.marionegri.it
Il disturbo ADHD è una delle più frequenti sindromi neuropsichiatriche infantili, la complessità della diagnosi necessita l'uso di strumenti appropriati, così come la terapia. Per meglio comprendere quali siano i determinanti significativi che caratterizzano i percorsi assistenziali per i pazienti con ADHD e per le loro famiglie, e contemporaneamente agire per migliorarne l’appropriatezza, a partire dal 2010 con il contributo della Regione Lombardia è stato attivato uno specifico progetto di NPIA per la creazione di una rete di 18 Centri di Riferimento per l’ADHD con la finalità principale di definire e condividere pratiche basate sull’evidenza. Le attività previste sono state:
  • Analisi di  percorsi esistenti in Lombardia per l'ADHD
  • Formazione ed informazione
  • Definizione di percorsi diagnostico-terapeutici condivisi
ADHD.marionegri.itRelatori: Daniele Arisi -UONPIA, A.O. Ist. Ospedalieri di Cremona; Umberto Balottin NPI, IRCCS
Mondino, PV; Antonella Costantino, Anna Didoni, Claudio Bissoli UONPIA, IRCCS “Ca’ Granda” Osp. Maggiore Policlinico MI UONPIA IRCCS “Ca’Granda” Ospedale Maggiore Policlinico, MI; Maurizio Bonati e  Laura RealeIRCCS Ist. “Mario Negri” di Milano; Erika Buzzi Scuola di Specialità, Univ. degli Studi di
Mi; Mauro Camuffo UONPIA, A.USL 9 di Grosseto; Daniela Candeloro Scuola di
Specialità Univ. Degli Studi di Pavia;Tristana Castrignanò Scuola di Specialità, Univ. degli Studi di Varese; Antonio Clavenna IRCCS Ist. “Mario Negri” di Milano; Stefano Conte NPI, A.O. Ospedali Riuniti di Bg; ;
Gianluca Daffi, Paola Effedri ed  Elena Filippini, Alessandra Tiberti, Antonio Vita A.O. Spedali Civili Presidio Ospedaliero dei Bambini di Bs; Maria Teresa Foà Scuola Primaria “Vinci” di Vimercate; Emiddio Fornaro UONPIA, A.O. Ospedale Niguarda “Ca’Granda” di Mi; Andrea Gardini Direttore Sanitario, A.O.Universitaria di Ferrara Stefano Guerini Scuola di Specialità, Univ. degli Studi di Bs; Gian Marco Mazzocchi Psicologia dello
Sviluppo, Univ. degli Studi di Mi-Bicocca; Silvia Merati e Gaia OldaniUONPIA, A.O. Fatebenefratelli e Oftalmico di Mi;  Corrado MeravigliaUONPIA, A.O. Valtellina Valchiavenna di So; Paolo Moderato Ist. Comunicazione Comportamento e Consumi, IULM di Mi; Massimo Molteni IRCCS, Ist. Scientifico Eugenia Medea di Bosisio Parini; Luciano Montaldi UONPIA, A.O. “G. Salvini” di Garbagnate Milanese; Paola Morosini UONPIA, A.O. della Provincia di Lodi;Francesco Rinaldi UONPIA, ASL Vallecamonica-Sebino; Ippolita Roncoron Pediatra di Famiglia, ASLdi Pv; Monica Saccani UONPIA, A.
O. San Paolo, Univ. degli Studi di Mi; Roberto Segala UONPIA, A.O. “Carlo Poma” di Mantova; Cristiano Termine UONPIA, Osp. di Circolo, Fondazione “Macchi” di Va; Davide Villani NPI, A.O. Provincia di Lc; Gian Vincenzo Zuccotti Clin.Pediatrica, A.O.Ospedale Luigi Sacco (MI).
dott.ssa Arianna Borchia


domenica 27 gennaio 2013

INDAGINE CONOSCITIVA SULLA CONDIZIONE DELL’INFANZIA E DELL’ADOLESCENZA IN ITALIA nel 2012

Eurispes e Telefono Azzurro hanno presentato la tredicesima edizione
dell' INDAGINE CONOSCITIVA SULLA CONDIZIONE DELL’INFANZIA E DELL’ADOLESCENZA IN ITALIA nel 2012
L’Indagine fornisce un’istantanea degli atteggiamenti, delle idee e dei comportamenti dei bambini e degli adolescenti individuando le trasformazioni avvenute nell’ultimo anno e cogliendo i più recenti trend che riguardano i giovani italiani.
L’Indagine si è focalizzata sui temi dei media e nuove tecnologie della scuola, dei comportamenti a rischio. Di particolare interesse tra i fenomeni affrontati nell’Indagine il sexting, la violenza all’interno delle giovani coppie, le fughe da casa, il gioco d’azzardo online, l’impatto della crisi economica.

Come è stata realizzata?
L’indagine è stata realizzata su un campione probabilistico tenendo conto delle seguenti variabili: sesso, età, area geografica, tipologia di scuola e di istituto, classe frequentata.
Il questionario infanzia è stato somministrato a bambini e bambine appartenenti alla fascia di età dai 7 agli 11 anni, frequentanti la seconda, terza, quarta e quinta classe della scuola primaria e la prima classe della scuola secondaria di primo grado.
Il questionario adolescenza, finalizzato a delineare l’Identikit dell’adolescente, è stato somministrato a ragazzi di età compresa tra i 12 ed i 18 anni, frequentanti la seconda e la terza classe della scuola secondaria di primo grado o una delle cinque classi della scuola secondaria di secondo grado.
Dai 1100 questionari per l'infanzia ed i 1523 sull'adolescenza sono state ricavate molte informazioni sulla vita dei minori e sono state create delle sezioni tematiche.

IDENTIKIT DEL BAMBINO
La crisi economica nell’esperienza dei bambini
Media
Telefonino
Internet
Adulti e tecnologie
Gioco d’azzardo
Scuola e nuovi media
Sensazioni

IDENTIKIT DELL’ADOLESCENTE
La crisi economica nell’esperienza degli adolescenti
Media, telefonini e Internet
Adulti e tecnologie
Scuola e tecnologie
Sexting
Gioco d’azzardo
Violenza
Alcolismo
Fughe da casa
Sensazioni

Vi presenteremo nei prossimi interventi un video preparato per presentare una tematica tratta dall'indagine. 
L'interesse di questa indagine è rivolto a tutti noi che trattiamo di minori, bambini e/o adolescenti, in quanto la nostra pratica clinica o di formazione che sia deve avere in mente la società in movimento nella quale i nostri utenti stanno crescendo e le conseguenze che essa ha sul loro sviluppo. Le nostre categorie non possono essere fisse e legate ad un passato non più attuale.


Aspettiamo i vostri commenti!

Dott.ssa Laura Tresoldi

giovedì 25 ottobre 2012


La separazione e i bisogni dei bambini

Dai dati Istat, si nota come in Italia il numero dei matrimoni interrotti sia progressivamente cresciuto negli anni. La separazione o il divorzio fa male ai genitori, ma sono soprattutto i bambini a soffrirne di più. Essi entrano in gioco direttamente (si alleano con un genitore contrastando l’altro, si sostituiscono nelle decisioni, si intromettono tra i due, si prestano ad essere utilizzati dai genitori) o indirettamente (i genitori usano i figli come merce di scambio, la loro gestione alimenta la rivalsa e la vendetta, i comportamenti dei bambini vengono usati in modo strumentale verso l’altro).

Diritti e bisogni dei bambini
Il bambino ha il diritto di avere due genitori che lo amano e lo comprendono, si deve sentire protetto e tutelato, deve poter avere dei punti di riferimento stabili, devono essere educati, guidati e contenuti.
Il bambino ha bisogno di essere “pensato” e non “usato”, ascoltato, accolto, amato e stimato, quindi riconosciuto, ha bisogno che vengano rispettate le sue esigenze di gioco, affetto, interazione, esplorazione,…
I bambini di diverse età hanno bisogni differenti; anche l’impatto che ha la separazione e i rischi che ne derivano sono diversi:
0-2/3 anni: fin da subito il bambino sviluppa un attaccamento con la figura primaria, che potrebbe venirgli a mancare a seguito della separazione: ciò porterebbe alla perdita di contatto con questa, con una conseguente regressione. Inoltre sviluppa fiducia nel contesto ambientale: la perdita dell’ambiente familiare (presenze, routine, voci) potrebbe generare fobie e paure su luoghi e cose.
2/3-5 anni: il bambino ha consapevolezza della propria individualità, interiorizza le figure primarie e si identifica con l’adulto; dopo la separazione potrebbe sentirsi responsabile di questa, mostrando fantasie di riunificazione. I rischi sono di regredire, di perdere il genitore dello stesso sesso come modello di identificazione e provare sentimenti di abbandono, quali tristezza, depressione e scarsa autostima.
6-11 anni: in età scolare il bambino si relaziona con i coetanei e la comunità, sviluppa il senso morale, è maggiormente in grado di controllare le emozioni, ha sempre maggiore consapevolezza di sé ed è in grado di valutare le proprie capacità in rapporto agli altri. A seguito della separazione può esprimere il dolore attraverso la rabbia, può mostrare paure legate al cibo e alla casa, al poter perdere i genitori, può considerarsi la causa della separazione e tentare di riunire la famiglia, può vergognarsi di fronte alla comunità. I rischi sono quelli di un crollo del rendimento scolastico, di possibili stati depressivi, di ansia, di alleanza con un genitore a scapito dell’altro, di solitudine, depressione e scarsa autostima.
12/13-18 anni: il ragazzo acquisisce un’identità sempre più strutturata che lo porta ad essere indipendente e si confronta con le regole della società. Dopo la separazione l’emancipazione può risultare precoce o incompleta, il ragazzo può sentirsi imbarazzato per la propria famiglia, svalutare uno o entrambi i genitori e avere nuove priorità, come amici e impegni prima dell’altro genitore. Il rischio è di un acting-out (ricerca del senso di appartenenza), di un’adolescenza ritardata, con il desiderio di restare bambino, dubbi sulle proprie capacità e relazioni personali “esagerate”.

(da “Dire il divorzio”, Anna Oliverio Ferraris, Psicologia Contemporanea, n.167, 2001)

Le reazioni dei bambini
Le reazioni che i bambini hanno a seguito della separazione dei genitori sono diverse, a seconda dell’età evolutiva e dell’importanza data all’evento: possono piangere, protestare o “fare i matti” (reazione aggressiva), negare la realtà, rifiutarla o proiettarla all’esterno (attivazione delle difese personali per sopravvivere al dolore), essere apatici, indifferenti e comportarsi come se non avessero capito (reazione depressiva). Possono anche manifestare sintomi fisici come mal di testa, mal di stomaco, scoppi di pianto o tristezza improvvisa.

Come aiutarli
E’ importante dare messaggi chiari, trasmettere al bambino le informazioni in modo aperto e sincero, su quello che è successo, che sta succedendo e che succederà, adattare il linguaggio all’età del bambino, rispettare i suoi tempi, accettarne e rispettarne le emozioni e le reazioni. I GENITORI SONO LE PERSONE PIU’ INDICATE PER INFORMARE E PREPARARE IL BAMBINO: SONO LORO GLI ESPERTI.

Dott.ssa Marianna Ge



sabato 12 maggio 2012

Il bambino vittima di disastri e le conseguenze sul suo mondo

Il mondo dei bambini dopo una catastrofe

Dopo una catastrofe i bambini e le loro famiglie si trovano davanti ad un mondo diverso, cambiato, quello del bambino diventa confuso e deprivato da ciò che gli trasmetteva stabilità. Sperimenta l'ambiente devastato da un disastro come qualcosa che disorienta, spaventa, lacera; è una vittima indifesa e travolta dall'evento catastrofico soprattutto se lo vive come una violenza, come un trauma non pensabile, non superabile, dal momento che perde ogni riferimento di sicurezza. Le vite degli adulti sono anch'esse spezzate e le capacità di rispondere ai bisogni sociali e psicologici dei loro figli sono seriamente messe alla prova. Le dinamiche di vita di una famiglia dopo una catastrofe possono essere discontinue, perchè l'evento distrugge l'omeostasi del nucleo e altera le relazioni quotidiane. Queste anomalie nel funzionamento della famiglia hanno anche effetti a lungo termine sulla vita emotiva del bambino. In questi momenti è essenziale ricostruire la routine familiare e supportare i bambini affinché ritrovino in chi gli sta attorno la protezione e la sicurezza perdute.
In una situazione estrema come il disastro, quando la separazione è il risultato di un'ingiustizia, l'impatto sul funzionamento emotivo del bambino causa reazioni simili a quelle che si verificano a seguito di un lutto: dà segni di regressione, apatia, irritabilità, può apparire depresso, triste, ansioso, agitato e meno attento nelle attività che svolge, sembra assente, distratto, quasi indifferente e anaffettivo. E' questo il suo modo di sopravvivere, di sospendere il tempo e con esso ogni pensiero che in quei momenti drammatici rimanda solo ad annullamento e morte.
La sicurezza deve essere trasmessa dall'adulto e dal suo comportamento di tolleranza del dolore, di capacità di reagire all'evento adoperandosi per ripristinare i ritmi di vita abituali e l'unità familiare che servirà ad alleviare gli effetti traumatici del disastro sul bambino. La scuola assicura un senso di regolarità e ordine nella vita del bambino, perciò la sua distruzione viene vissuta come un'ulteriore perdita del senso di sicurezza ormai fortemente compromesso; la riapertura tempestiva aiuterà a ristabilire il supporto emotivo che viene dall'interazione con il gruppo dei pari, e la partecipazione alle consuete attività scolastiche servirà a restituire al bambino la quotidianità spezzata.

giovedì 1 marzo 2012

COME FACCIO A PARLARE DELLA MORTE A MIO FIGLIO...CHE E' COSI' PICCOLO?


Come faccio a parlare della morte a mio figlio…che è così piccolo?
I bambini ci appaiono così spensierati, ma anche così fragili che non vorremmo mai rovinare la loro serenità parlando della morte.
Eppure, se ci pensiamo, è un evento naturale. Ogni essere vivente, per quanto semplice sia, ha un ciclo di vita: nasce, cresce, si riproduce, invecchia e muore. Inevitabilmente anche i bambini si scontrano con questo evento.
Bowlby aveva definito la morte come una perdita irreversibile, un’ inaccessibilità permanente e, in quanto tale, l’aveva considerata come un’estensione, un caso particolare ed estremo,  della Teoria della Separazione. L’evento della morte, infatti, provoca reazioni simili a quelle che emergono durante la separazione tra il bambino e la mamma: protesta, distacco e disperazione.
Come si può aiutare il bambino ad affrontare questo evento doloroso, ma naturale?
La prima cosa da fare è sicuramente lasciare al bambino la possibilità di accedere a questo evento e quindi non ingannarlo mai rispetto a quanto è accaduto. È importante fornire informazioni chiare, precise e concrete e rispondere ad ogni piccola domanda che il piccolo ci pone. È bene aiutarlo a capire che è lecito addolorarsi e che in questi momenti si può piangere ed essere tristi. Un altro elemento fondamentale da tenere sempre presente è che, come per noi adulti, anche per i bambini può essere d’aiuto dire addio alla persona che ci ha lasciato. Partecipare alla cerimonia funebre, ad esempio, permette al bambino di partecipare al dolore collettivo per la perdita e lo aiuta a dare un senso a quanto è accaduto.
A seconda dell’età, la morte è percepita dai bambini in modo diverso. Vediamone  brevemente le caratteristiche:
  • BAMBINI CON MENO DI 5 ANNI: a questa età la morte viene percepita come qualcosa di reversibile, per loro la persona morta è solo andata via, ma in futuro tornerà. A questa età c’è ancora la speranza del ritorno che è vissuta come rassicurante. Può essere che il bambino non manifesti  il suo dolore e ciò può sconvolgere i familiari che percepiscono questo come mancanza di sofferenza. In realtà dipende da una concezione della realtà ancora primitiva.
  • BAMBINI CON PIU’ DI 5 ANNI: dopo i 5 anni la morte viene percepita come irreversibile. I bambini quindi manifestano il loro dolore, ma non hanno la capacità di trovare da soli le risorse per affrontarlo e quindi hanno assolutamente bisogno di aiuto. Il loro pensiero operatorio concreto li porta a fare domande concrete appunto come “Chi dà da mangiare sottoterra?” oppure “Dove dorme?”. È importante mantenere sempre risposte che, nel rispetto delle credenze religiose, definiscano la differenza tra corpo e spirito. Può aiutare puntare l’attenzione sul ricordo della persona mancata
  • BAMBINI DOPO I 8-9 ANNI: a questa età i bambini hanno pensieri simili a quelli dell’adulto e quindi devono confrontarsi con due compiti. Il primo è quello di accettare la realtà della perdita e il secondo è quello di affrontare il dolore. In questi casi si parla di dolore depressivo in quanto il soggetto è consapevole della perdita di uno stato precedente che, soggettivamente, era ritenuto buono.
Un processo importate e protettivo verso una perdita è quello della elaborazione del lutto. E’ un processo mentale lungo e articolato che può avere molte oscillazioni. Elaborare vuol dire arrivare ad una consapevolezza cognitiva ed emotiva circa la perdita subita.  Perché questo accada è importante lasciar spazio alle domande del bambino e rispondere ad esse realisticamente.
Spesso è più una difficoltà dell’adulto affrontare questo tema, ma come adulti abbiamo la responsabilità dei più piccoli e non possiamo sottrarci a questo faticoso e doloroso compito.
Dott.ssa Laura Prada

martedì 28 febbraio 2012

Un foglio di emozioni

Un foglio di emozioni
E' notizia dei giorni passati che i bambini della scuola materna che ha ospitato i naufraghi nell'Isola del Giglio hanno rappresentato graficamente la tragedia. Nei loro disegni non si vedono nè morti nè paura, quasi come se fosse un evento fantastico, immaginario, una fiaba. Rappresentano l'accaduto così come lo hanno vissuto, in modo diverso a seconda dell'età e delle esperienze di vita pregresse che li caratterizzano. C'è chi disegna la nave come una balena con la bocca spalancata, chi come un grosso rettangolo in mezzo al mare, chi disegna figure umane nel vuoto del foglio bianco, chi semplicemente scarabocchia.
Sono diversi gli esempi di come questi bambini hanno visto, vissuto e interpretato la tragedi, tutti però ugualmente autentici e veri.
Da un punto di vista più generale, attraverso il disegno i bambini sono in grado di dare voce a ciò che non riescono ad esprimere con le parole, per timidezza, rabbia, a volte paura. Sperimentano emozioni e vissuti, concretizzando il loro mondo interiore e connotandolo di colori, forme, tratti, per renderlo comprensibile e forse anche accettabile a se stessi, e poi agli altri. Dare loro l'opportunità di raccontarlo permette di rendere esplicite le emozioni e le sensazioni che hanno portato a crearlo, evitando che venga dimenticato, e di scindere il vissuto dalla rappresentazione grafica, quasi come se potessero sperimentare un realtà diversa, dove tutto è possibile e dove tutto non è come sembra, perchè filtrato dalla loro ingenuità. Il disegno è quindi un modo alternativo e forse il più autentico per un bambino di raccontare la realtà, vista con i suoi occhi.

Dott.ssa Marianna Ge