"Trovarsi insieme è un inizio, restare insieme un progresso…lavorare insieme un successo." (Henry Ford)
Un blog di psicologhe, di colleghe in continua formazione, tutte con esperienze professionali diverseunite dalla passione per lo stesso lavoro.
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al pensiero che scoprendo il fianco e mostrandosi umane
e facili e bisognose per un piccolo fottutissimo attimo,
vedranno le tue spalle voltarsi ed i tuoi passi allontanarsi.
Perciò prendile e amale.
Amale vestite, e senza trucco
che a spogliarsi sono brave tutte.
Amale indifese e senza trucco,
perché non sai quanto gli occhi
di una donna possono trovare scudo
dietro un velo di mascara.
Amale addormentate, un po’ ammaccate
quando il sonno le stropiccia.
Amale sapendo che non ne hanno bisogno,
sanno bastare a se stesse.
Ma appunto per questo,
sapranno amare te come
nessuna prima di loro.
(Antonia Storace)
In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, condivido con voi questa poesia che ho ricevuto, dono di una donna forte e sensibile.
"Non aiutate l'aggressore a rimanere invisibile" lui trae vantaggio dal vostro silenzio per sfuggire alle proprie responsabilità. Non permettete che vi agisca altra violenza. Rivolgetevi ai centri antiviolenza.
“Quando essere innamorate significa soffrire,
stiamo amando troppo…
Quando
giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza,
i tradimenti … stiamo amando troppo.
Quando siamo
offesi dal suo comportamento ma pensiamo che sia colpa nostra perché non siamo
abbastanza attraenti o abbastanza affettuose, stiamo amando troppo…
Quando la
relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse
anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo…”
Robin Nortwood
Conoscete Asa Grennvall? E’ una illustratrice e fumettista svedese tra le più
note e apprezzate nel suocampo e anche la
protagonista di una storia drammatica, per inciso, la sua, che ha scelto qui di
rappresentare e rendere pubblica come forma di denuncia per i maltrattamenti
fisici e psicologici subìti dal proprio partner, violenze che nessuna donna deve più tollerare, accettare,
giustificare.
Una storia che nel 2002 ha presentato
come tesi di diploma al Master of Fine
Arts del Konstfack University Collegedi Stoccolma e dalla quale nel 2014 è stata tratta una graphic novel intitolata, così come il libro stesso dell’autrice, “7° piano”, e curato dalla casa editrice
Hope! in collaborazione con Amnesty
International per sensibilizzare al tema della violenza sulle
donne. Il filmato (di cui sotto) che vi invito a guardare, illustra nel dettaglio
il graduale percorso che conduce la protagonista verso l’auto-annullamento e l’isolamento
sociale. Asa, come tutte le “donne che amano troppo”, finisce per trascurare i
propri bisogni e dedicarsi interamente alla soddisfazione dei bisogni dell’altro,
quasi fosse una vocazione. Nel tentativo di esorcizzare la grande paura di
essere abbandonata e perdere l’ “amore”, finisce per sottostare ad ogni forma
di maltrattamento. Se in alcuni momenti si fa strada il dubbio che qualcosa di
distorto regga tale relazione, questo viene presto rimosso: Asa non riesce a lasciare
Nils, tanto è intrappolata nel circuito
della dipendenza dal proprio partner. Pensa di esistere solo quando sta con
lui, tutto il resto, compresa la tutela del proprio diritto a stare bene, passa
in secondo piano. Asa accetta schiaffi, sputi, oggetti lanciati addosso, offese
pesanti, senza mai denunciare, senza lasciare l’uomo che le usa queste violenze.
Soffre terribilmente perchébiasima sé
stessa di non essere all’altezza e sempre perfetta come lui la vorrebbe, si
domanda in cosa lei sbagli piuttosto
che prendere consapevolezza della tossicità del suo rapporto e della necessità
di separarsi da chi non è capace di amare in modo sano. L’amore non deve trasformarsi in un’abitudine a soffrire, se in un
rapporto di coppiavi è un disequilibrio
tra il dare e il ricevere, questo è già un segnale forte di un malfunzionamento
di base del rapporto che non può essere mai sottovalutato. Il rischio cui si va
incontro negando questi primi campanelli di allarme è che alla mancanza di
reciprocità si accompagnino in seguito minacce, accuse, insulti e gesti
violenti che più feriscono e lacerano, più paradossalmente legano a doppio filo
chi viene indotta a credere di meritarsele. A livello psicologico, assumersi la colpa per
il dolore che si prova, a causa di quei
maltrattamenti è una modalità di difesa dal senso di impotenza. Pensarsi, di
contro, colpevole di aver indotto il compagno a compierli induce ad amplificare
la propria credenza di essere sbagliate, in difetto, e conseguentemente addossarsi
per intero la responsabilità dei torti subìti. Il senso di colpa consente infatti
alla vittima di conservare la speranza di riuscire a capire cosa non funzioni
in sé, ma anche di sapersi correggere e porre fine al proprio dolore. Rassegnarsi
all’impossibilità dell’impresa di cambiare il partner è un passo che non si
riesce a compiere se impellente appare il bisogno sentirsi “visti”, pur nel
male. E’ meno peggio del non essere visti affatto e permette di tamponare le
ferite, mai rimarginate, dalle carenze affettive esperite nel passato. Chi
soffre di dipendenza affettiva ha
imparato fin da bambina ad adattarsi al limite dell’altro di non saper dare
affetto e non se lo aspetta, né in fondo si sente pienamente degna di poterselo
meritare; ciò che ha, di contro, affinato col tempoè la capacità di soddisfare i bisogni
dell’altro, lenire le sofferenze altrui. Accettando passivamente le umiliazioni
che il partner le infligge, agisce un autocontrollo e resiste adattandosi, al
solo scopo di vincere la sfida con sé
stessa di riuscire nell’impresa di conquistarne l’affetto, dunque diventare quell’oggetto
d’amore di cui egli auspica il completo possesso.
E’ evidentemente una mera illusione quella di riuscire con la sottomissione
eil sacrificio della propria vitalità e
identità a conquistare l’amore di quell’uomo fortemente idealizzato, fino ad arrivare
a cambiarlo. Si persuade che spetti a lei magicamente cambiare e perciò si
rifugia nei ricordi del passato, ripercorrendo a ritroso le emozioni vissute
durante il primo incontro con lui e ripensando all’ebbrezza provata dallo stare
insieme, a quelle caratteristiche che di lui l’avevano affascinata all’inizio
della loro storia. Il passato “felice” si scontra con il triste e drammatico
presente, ma il futuro senza di lui le appare intollerabile e angosciante; si convince allora che l’unica soluzione
sia impegnarsi a fare meglio e dare di più e si impone l’ennesima sfida con
sé stessa peressere come lui la vuole,
nella speranza di riscrivere un finale
diverso, nel miraggio di riuscire finalmente a conquistarne l’amore. E il
circuito disfunzionale della dipendente affettiva si rimette in moto…
La vera grande sfida di Asa Grennvall è stata quella di scegliere di salvarsi liberandosi dell’illusione di ricevere l’amore di Nils spezzando la catena che la disumanizzava, impegnandosi fortemente nella cura e consapevolezza di sé stessa e nella divulgazione di questa presa di coscienza. Concludo con una bellissima citazione di Mark Twain: Non permettere a nessuno di essere la tua priorità intanto che permetti a te stesso di essere una delle sue opzioni.