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venerdì 3 gennaio 2014

SEPTIMUS WARREN SMITH: un caso letterario di Disturbo post-traumatico da stress

“Ora stavan parlando di quel Progetto di Legge. E Sir William stava accennando, sottovoce, a un recente caso clinico. Aveva a che fare con la sua teoria relativa ai postumi, agli effetti ritardati dei traumi di guerra. La legge in gestazione doveva tenerne conto.” (Woolf, 1925, p. 165)
Il caso clinico in questione è quello di Septimus Warren Smith, un uomo sui trent’anni, reduce di guerra, personaggio descritto da Virginia Woolf nel romanzo Mrs Dalloway nel 1925.
Dunque, sebbene gli effetti devastanti dell’esposizione prolungata al combattimento fossero evidenti già alla fine della I Guerra Mondiale quando i soldati tornavano dal fronte incapaci ad affrontare la vita perché muti, perseguitati dagli incubi, spesso deformati da paralisi fisiche di origine psicologica o con sintomi apertamente psicotici come nel caso del personaggio di Septimus, bisogna attendere fino al 1980 perché il trauma psichico ottenga il riconoscimento diagnostico di Sindrome post-traumantica da stress.
La ragione è da ricercare nella dissociazione collettiva davanti al trauma, una presa di distanza dall’indicibile che causa paralisi, incredulità e scetticismo di fronte al carico di sofferenza, orrore e impotenza che il trauma porta inevitabilmente con sé.
Septimus appare pallido in viso, con “occhi nocciola pieni di quella sorta di apprensione che rende apprensivi anche gli estranei” (Woolf, 1925, p. 32), a dire della pericolosità del contagio del trauma e quindi della necessità di difendersene attraverso la negazione e la presa di distanza. “Il dottor Holmes visitò Septimus. Non ha assolutamente niente, sentenziò alla fine. ...Grande e grosso, un bell’uomo dal colorito fresco, le scarpe lustre, guardandosi allo specchio, metteva tutto quanto in non-cale – le emicranie, l’insonnia, le paure, gli incubi – dicendo che eran sintomi nervosi e nulla più.” (Woolf, 1925, pp. 90, 91)

Una delle caratteristiche del trauma è quella di compromettere la capacità di sintesi della mente tra memoria emotiva e memoria cognitiva degli eventi. Herman così si esprime in merito: “la persona traumatizzata può esperire un’intensa emozione senza avere una chiara memoria dell’avvenimento, oppure ricordare ogni particolare senza emozionarsi” (Herman, 2011, p. 52)
Ed è ciò che accade a Septimus una volta tornato dal fronte: “La Guerra gli aveva insegnato molte cose. Era stata un’esperienza sublime. Lui ne aveva conosciuti i vari aspetti: amicizia, vita di trincea, morte; era stato promosso sul campo; non aveva compiuto ancora trent’anni; e sarebbe sopravvissuto. Né qui si sbagliava. Le ultime granate lo risparmiarono. Le guardava esplodere con indifferenza. Quando venne la pace, lui si trovava a Milano, alloggiato nella casa di un trattore, con un cortile, fiori in mastelle, tavolini all’aperto, le figlie che confezionavano cappelli, e con Lucrezia, la più giovane delle figlie, lui si fidanzò una sera in cui era stato colto dal terrore – di non riuscir a provare nulla.” (Woolf, 1925, p. 87)
Pur tornando al quotidiano della vita precedente, il sistema percettivo della persona traumatizzata continua a distorcere il senso di realtà e a separare gli eventi sperimentati dal loro significato consueto tanto da causare pesanti limitazioni e restrizioni nella sfera personale e sociale. Succede così che un momento di condivisione di Septimus con la moglie diventa invece la conferma della profonda solitudine in cui pare sprofondare. “”Bellissima!”, esclamava in un soffio, dando di gomito a Septimus, perché l’ammirasse. Ma la bellezza stava al di là di una lastra di vetro. Persino le cose golose (a Lucrezia piacevano i gelati, la cioccolata, i dolciumi in genere) non avevano gusto per lui. Deponeva la tazzina sul tavolinetto di marmo. Guardava i passanti, là fuori: felici, sembravano, assiepati in mezzo alla strada, a ridere, a gridare, a litigare per nonnulla. Ma lui non provava alcun gusto, non riusciva a sentire niente. Nella sala-da-té, fra i tavolini e i loquaci camerieri, quell’orrenda paura lo riprendeva: non provava alcuna sensazione.” (Woolf, 1925, p. 88)

Se l’obiettivo primario nella cura del post-traumatico è il riconoscimento dell’esistenza di un trauma irrisolto attraverso la comprensione dell’origine della sofferenza che la persona sta sperimentando, non meno importante appare la messa in sicurezza della vittima e il ripristino del senso di fiducia negli altri. Perché ciò avvenga è necessario che chi vive a contatto con il soggetto traumatizzato sia capace di tollerarne la fluttuazione continua tra i bisogni di vicinanza e di distanza. L’esito positivo di tale dialettica risiede sia nel contenimento della reattività negativa dei familiari relativamente all’ostilità e invadenza squalificante verso il paziente sia nella disponibilità della vittima di trauma a lasciarsi avvicinare e accettare con fiducia la disponibilità dei propri cari.
Da ricerche in merito è emerso come i veterani di guerra, di frequente, riferiscono di “difficoltà ad andare d’accordo con le proprie mogli e fidanzate o a sentirsi emotivamente vicino a qualcuno” (Herman, 2011, p. 89), questo perché, prosegue la Herman “il veterano è isolato non solo dall’orrore di cui è stato testimone e che ha perpetrato, ma anche dal suo status speciale di iniziato al culto della guerra; nella sua immaginazione nessun civile, e tanto meno nessuna donna o bambino, potrà comprendere come egli si sia trovato a confrontarsi con il male e la morte. Egli guarda a un civile con un misto di idealizzazione e disprezzo, considerandolo nello stesso tempo una persona innocente ma anche inconsapevole. Al contrario egli guarda a se stesso come a un essere superiore ma anche come a una persona contaminata: egli ha violato il tabù dell’omicidio e il marchio di Caino è impresso su di lui.” (Herman, 2011, p. 92)
Il trauma quindi causa una spaccatura nella continuità dell’esistenza tra un prima e un dopo sia individuale che collettiva. Ne è consapevole Lucrezia “Ché non ne poteva più. Aveva un bel dire, il dottor Holmes, che non c’era nulla di grave. Di gran lunga avrebbe preferito, lei, che Septimus fosse morto! Non ce la faceva più a stargli accanto, quando lui guardava fisso in quel modo, senza vederla, e rendeva terribile ogni cosa: cielo e alberi, bambini che giocano, che trascinano carrioli, che soffiano fischietti: tutto era terribile. … Lucrezia poteva mettersi il collarino di pizzo, poteva mettersi il cappellino nuovo, e lui non se n’accorgeva; era felice senza di lei. Niente invece poteva render lei felice, senza di lui. Niente!” (Woolf, 1925, p. 38)
Dal canto suo Septimus, che si sente vivere sull’orlo del baratro, incarna in sé il senso di abbandono e di mancanza di fiducia nel mondo proprio delle vittime di trauma. L’apice della sofferenza è rappresentato dalla convinzione di non poter più essere se stesso in relazione agli altri, quando il sé pare irreparabilmente danneggiato.
“All’ora del tè, Lucrezia gli disse un giorno che la figlia della signora Filmer aspettava un figlio. Non poteva, lei, invecchiare senza figli! Si sentiva molto sola, era molto infelice! Pianse, per la prima volta da quand’erano sposati. Da lontano, lui l’udì singhiozzare; la udiva distintamente, prendeva buona nota di ogni cosa; paragonava quei singhiozzi a un pistone che stantuffa. Però non provava niente, dentro di sé. Sua moglie piangeva, e lui non provava nulla; solo, ad ogni singhiozzo che le squarciava il petto in quel modo profondo, silenzioso, disperato, lui scendeva di un altro passo ancora entro il baratro.” (Woolf, 1925, p. 90)
Ciò nonostante, è ancora presente nella coppia Septimus-Lucrezia una resilienza di fondo che alimenta un’alleanza benefica tra i due fondata sulla capacità di lei di riconoscere, sapendo di poter fare affidamento su di essa, la parte sana di lui. Lo stimolo a non farsi sopraffare dall’angoscia gli deriva quindi dalla vicinanza di Lucrezia che si traduce in un mutuo sostegno reciproco. Una complicità intima che spesso sfugge agli spettatori esterni, tant’è che il misconoscimento da parte del mondo scientifico delle capacità di recupero dei sintomi dentro la relazione di coppia getta entrambi nello sconforto.
“Lui aprì cauto gli occhi, per vedere se davvero ci fosse un grammofono, nella stanza. Ma le cose reali … le cose reali eran troppo eccitanti. Doveva andarci cauto. Non voleva diventar matto. … si fece visiera con la mano in modo da vedere una parte soltanto del viso di Rezia alla volta, prima il mento, poi il naso, poi la fronte, casomai fosse deforme, o ci fosse qualche marchio orribile. Macché. Sedeva là, assolutamente naturale, intenta a cucire, con le labbra un po’ contratte, com’è di tante donne quando cuciono, e con un che di malinconico nell’espressione. No, no, non c’era niente di terribile, assicurò a se stesso, tornando a guardarla una seconda volta, una terza volta, in faccia, … “E’ troppo piccolo per la signora Peters”, disse Septimus. Per la prima volta, da chissà quanti giorni, ora parlava normalmente. Ma sì, certo, troppo piccolo – ella disse – assurdamente piccolo. Ma così lo voleva la Peters. Lui glielo tolse di mano. Era un cappello – disse – adatto alla scimmietta d’un suonatore d’organetto. Quanto la rese allegra, questa battuta! Da settimane non ridevano assieme, così, con quell’intesa – da marito a moglie. Cioè – voleva dire - se qualcuno fosse entrato all’improvviso, la Filmer o la Peters o chiunque, non l’avrebbero mica capito, di cos’è che ridessero, lei e Septimus” (Woolf, 1925, pp. 131, 132)
“Mai aveva provato Lucrezia un tale tormento, mai, in vita sua! Aveva chiesto aiuto ed era stata abbandonata. … Lei gli si aggrappò al braccio. Erano stati abbandonati.” (Woolf, 1925, p.97)
“Ma ricordò che Bradshaw aveva detto: “Le persone che ci stanno più a cuore non son buone, per noi, quando siamo malati”. Bradshaw gli aveva detto che doveva imparare a riposare. Gli aveva detto che doveva separarsi per un po’ da sua moglie. … Se l’avessero portato via – gli disse – lei sarebbe andata con lui. Non potevano – disse – separarli contro la loro volontà.” (Woolf, 1925, pp. 135, 136)
Sostenere la capacità naturale del sistema famiglia di ripartire a fronte dei cambiamenti apportati dal trauma pare quindi essere la via privilegiata per incamminarsi sulla strada della ripresa.
Gloria Invernizzi

Bibliografia
Herman Judith Lewis (1992), Guarire dal trauma. Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo, Roma, Ed. Magi, 2011
Selvini M., Sorrentino A.M., Gritti M.G., “Promuovere la resilienza “individuale-sistemica”: un modello a sei fasi.”, Numero Monografico Psicobiettivo, 2012
Woolf Virginia (1925), Mrs Dalloway, Roma, Biblioteca Economica Newton, 1997



sabato 30 novembre 2013

Genitori 2.0 a Monza: come comunicano i figli oggi attraverso i social network.






Una serata-confronto con genitori di ragazzi della scuola secondaria e le modalità comunicative.

Facebook, WhatsApp, mail, Ask, ... come comunicano i ragazzi oggi?
Genitori e adulti: come comunicare con loro?

I pregi e le positività di internet, una rete che connette e unisce, 
una realtà quotidiana che permette di condividere le nostre esperienze. 


dott.ssa Laura Tresoldi 

lunedì 18 novembre 2013

MERCOLEDI 20 NOVEMBRE: GIORNATA INTERNAZIONALE PER I DIRITTI dell 'INFANZIA e dell'ADOLESCENZA




In occasione del prossimo 20 novembre, Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e l’UNICEF Italia saranno fianco a fianco per celebrare il 24° anniversario della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, dedicato all’uguaglianza nei diritti di tutti i bambini e in particolare alla non discriminazione dei gruppi più vulnerabili, come i minorenni di origine straniera
(Visita la pagina speciale su UNICEF e ANCI)

Il tema della tutela dei diritti dei minorenni di origine straniera e la semplificazione delle procedure per il conseguimento della cittadinanza italiana da parte dei minorenni figli di genitori stranieri che vivono sul territorio italiano sono temi su cui l’ANCI è impegnata da tempo e sono  tra gli obiettivi che l’UNICEF Italia persegue sin dal 2010 con la campagna “IO come TU. Mai nemici per la pelle”.  

In occasione del 20 novembre, l’UNICEF Italia e l’ANCI coinvolgeranno il maggior numero possibile di Comuni su due azioni: 
  • l'approvazione di una delibera comunale che disponga il conferimento della cittadinanza onoraria ai minorenni di origine straniera che sono nati e/o vivono sul territorio comunale nell’ambito della Campagna dell’UNICEF Italia “IO come TU”
  • l'adesione alla catena umana organizzata dai Comitati regionali e provinciali dell’UNICEF, che il 20 novembre unirà simbolicamente da Nord a Sud tutta l’Italia intorno al tema del diritto alla cittadinanza.
Insieme per il diritto alla cittadinanza
La catena umana, formata da bambini e ragazzi, educatori, rappresentanti delle istituzioni e cittadini, si farà portavoce in molte città dei messaggi della campagna "IO come TU": non discriminazione, pari opportunità, eguaglianza dei diritti di tutti i minorenni, tutela del superiore interesse del minore, ascolto e partecipazione dei bambini e dei ragazzi.



















Sono oltre 190 i Paesi nel mondo che hanno ratificato la Convenzione. 
In Italia la sua ratifica è avvenuta nel 1991. 
Nonostante vi sia un generale consenso sull'importanza dei diritti dei più piccoli. Ancora oggi molti bambini e adolescenti, anche nel nostro Paese, sono vittime di violenze o abusi, discriminati, emarginati o vivono in condizioni di grave trascuratezza.





Cerca le iniziative del tuo comune o della tua provincia e partecipa agli eventi in celebrazione della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia.


dott.ssa Laura Tresoldi



venerdì 18 ottobre 2013

La comunicazione tra Genitori e Figli non è sempre ... chiara!

 

Utilizziamo una simpatica illustrazione tratta da 

"Vainui de Castelbajac"

 (http://www.vainuidecastelbajac.com/) 

per rappresentare come può essere criptica la comunicazione tra Genitori e Figli.

Cosa ne pensate? 



Ho l'impressione che stia cercando di dirci qualcosa...




dott.ssa Laura Tresoldi


venerdì 4 ottobre 2013

UN'INDAGINE SU «RAGAZZI E SOCIALITÀ»: Avere 13 anni a Milano

Da un articolo del Corriere della Sera del 21 settembre raccogliamo i dati di una nuova ricerca sui ragazzi, PRE ADOLESCENTI in questo caso, che mostrano alcune caratteristiche preoccupanti ultimamente in "voga".

( http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/13_settembre_21/rubrica-genitori-figli-adolescenti-trasgressioni-vino-alcol-tredicenni-2223219823099.shtml)

Riportiamo alcune parti dell'articolo dove troviamo i dati e i commenti di esperti riguardanti la vita sociale dei ragazzi di oggi in una città come Milano. 
Si evince la tendenza sempre più spiccata e generalizzata di un numero alto di ragazzi di 13 anni ed il consumo di alcol, dell'utilizzo sfrenato e senza controllo dei social network e dei suoi pericoli (vedi il nostro articolo sui pericoli della rete) e dei comportamenti a rischio messi in atto.

                                                Per quanto riguarda il consumo di bevande alcoliche: 
"... Ragazzi con il bicchiere di vino o la lattina di birra in mano (non si sa bene quando e dove, ma è una certezza), lo smartphone sempre acceso (e il vizio di concedere l'amicizia su Facebook anche a sconosciuti) e una certa propensione alla trasgressione (fa «figo» e tanto la sfanghi sempre). Generazione 13/14 anni, l'età in cui si frequenta la terza media: li riconoscete? A raccontarli con lucidità l'indagine annuale, fresca di pubblicazione, della Società Italiana di Medicina dell'Adolescenza e dell'Associazione Laboratorio Adolescenza. L'équipe degli psicologi degli enti ha seguito i ragazzini per mesi... 
... Milano, città-laboratorio di studio delle nuove tendenze: nel capoluogo lombardo i questionari sono stati 700.  ..." 
" ... Dall'indagine emerge un ultimo dato inquietante: l'abuso di alcol. In città beve vino il 48,4%, birra il 58% e bevande a basso contenuto alcolico il 52,6% (i dati nazionali sono allineati). Anche in questo caso chi lavora in questo campo non si stupisce. «L'età del primo bicchiere continua a calare: abbiamo superato i paesi anglosassoni e deteniamo oramai il primato europeo», rivela Raffaella Rossin, presidente Sia Lombardia, Società Italiana Alcologia. «È vera emergenza», dice, «da tempo sottolineiamo l'urgenza di un lavoro coordinato fra enti pubblici, privato sociale, scuola e medicina di base. Non è allarmismo. I genitori ignorano i danni irreparabili che una sola unità alcolica (significa un bicchiere) può determinare prima dei sedici anni».

Si riprende con il tema dell'utilizzo di internet e del libero accesso a qualsiasi tipo di informazione e persone sul web questa volta attraverso lo smartphone.
"... La vera novità è invece il debutto dello smartphone,non più solo oggetto cult, ma anche strumento privilegiato per entrare in rete (a Milano: dal pc di casa il 49%, da cellulare 57,1%). «Dato preoccupante», sottolinea Mariagrazia Zanaboni, presidente de L'Amico Charly, «il ragazzino connesso ovunque sfugge totalmente al già scarso controllo dei genitori. A spaventare noi educatori», aggiunge, «è anche l'uso troppo disinvolto dei social network. Il rischio, attenzione, non è solo il pedofilo, ma anche il coetaneo sconosciuto nelle cui mani metti la tua identità.  Il cyberbullismo è spietato». Inutile gridare al lupo: un ragazzino di 13 anni non può acquistare da solo un cellulare di ultima generazione. 

La voglia di trasgressione infine che caratterizza l'ETA' DI MEZZO (vedi articolo) mostra quanto questi ragazzi vogliano sentirsi più grandi e si mettano continuamente alla prova attivando comportamenti rischiosi e a volte delinquenziali.
"... Che effetto le fa il dato che a Milano il 74,7% dei teenager non paga il biglietto sui mezzi pubblici? «È sorprendente ma non ho dubbi: rispecchia in pieno il desiderio di trasgressione tipico dell'età».


Quali sono allora gli interventi possibili e da mettere in atto per invertire questa tendenza verso le bevande alcoliche? Chi deve occuparsene? Di chi è  responsabilità?

Come aiutare i ragazzi a preferire la comunicazione vis a vis con gli amici e non quella mediata dal pc o dallo smartphone, riscoprendo l'uscire insieme, l'importanza del contatto visivo e di tutte le diverse sfumature che arricchiscono questa modalità relazionale?

Come favorire in quanto genitori, insegnati, educatori, un clima di fiducia e di confronto sulle tematiche che stanno a cuore ai ragazzi per poterli accogliere e non sentirli scappare da noi?


dott.ssa Laura Tresoldi








giovedì 26 settembre 2013

INCONTRI FORMATIVI DI DIFESA PERSONALE RIVOLTI ALLE DONNE - PROVINCIA DI LECCO

Per il secondo anno consecutivo la Provincia di Lecco (Assessorati ai Servizi alla Persona e alla Sicurezza) e il Comune di Barzanò (Assessorato Servizi alla Persona e Politiche Sociali) sostengono un progetto formativo di difesa personale rivolto alle donne.


Gli incontri si terranno ogni mercoledì dal 2 al 30 ottobre dalle 20.00 alle 21.30, presso la Scuola Primaria Ada Negri di Barzanò.


La realizzazione del corso a partecipazione gratuita è stata possibile grazie alle professionalità messe a disposizione dalla Polizia Provinciale di Lecco e dallo Sportello antistalking dell'ospedale Manzoni di Lecco e alla struttura offerta dal Comune.


Il programma delle lezioni prevede l'illustrazione dei metodi di autodifesa con esercizi pratici, tenuti da un agente del Corpo di Polizia Provinciale con la qualifica di Istruttore riconosciuto di Krav Maga, l'approfondimento di aspetti legali alla legittima difesa e di aspetti psicologici correlati alla paura e alla minaccia, grazie all'intervento in aula di un avvocato e di un team di psicologi dello sportello antistalking dell'ospedale di Lecco.


Per ulteriori informazioni è possibile rivolgersi al Comune di Barzanò (Sportello del cittadino) il lunedì dalle 17.00 alle 18.30 oppure telefonare ai numeri 039-9213026 (ufficio anagrafe Comune di Barzanò) o 0341-295254 (Comando di Polizia Provinciale di Lecco).


Il modulo di iscrizione è scaricabile dai siti www.provincia.lecco.it e www.comune.barzano.lc.it.
 
(Comunicato stampa, Provincia di Lecco)

mercoledì 11 settembre 2013

ESISTI SE APPARI. O come direbbe, forse simpaticamente, Cartesio: appari dunque sei, dunque esisti

 
 


Connettere la propria esistenza  ai vari social network: facebook, youTube, Twitter – solo per citarne qualcuno – è diventata una routine per la maggior parte delle persone, se poi si possiede anche uno smartphone, il rischio che questa smania di apparire esistenti porti alla tecno-dipendenza è altissimo. Questo nuovo modo di relazionarsi on line agli altri, di comunicare una potenziale e spesso illimitata disponibilità ad esserci ovunque se da un lato consente di ridurre la distanza con le persone a noi care e sedare il senso di solitudine, forse alla base di questa insaziabile sete di interazione e di tenersi informati, dall’altro comporta un pericoloso, quanto paradossale, risvolto della medaglia: relegare sullo sfondo, quasi fossero “di serie B”, le relazioni face to face. Lo sa bene Alex Haigh, un  ragazzo di  Melbourne che, infastidito dallo smodato uso del cellulare da parte dei suoi coetanei ha deciso di prendere posizione lanciando nel 2012, sul suo sito web, una campagna anti Phubbing. Questo termine, formato dalla contrazione tra phone (telefono) + snubbing (snobbare)  descrive l’atteggiamento di chi, pur in compagnia di qualcuno, lo ignora a favore del proprio dispositivo mobile (smartphone, tablet).  Un fenomeno quello dello stare “da soli insieme”  sempre più presente anche in famiglia,  come osserva,  la ricercatrice di scienze sociali, Sherry Turkle nel suo libro “Alone together” in cui scrive: “…oggi possiamo chiamare ‘famiglie post-familiari’ quelle i cui membri stanno ‘da soli insieme’, ognuno nella sua stanza, con il proprio computer o dispositivo mobile collegato in rete…”.
Quanto tempo ci assorbe questa attività di controllo dei social network? quanto ne veniamo fagocitati ma soprattutto quanto ne abbiamo consapevolezza? Ogni evento, pensiero, stato emotivo, esperienza, luogo visitato viene postato, condiviso, commentato, apprezzato o ignorato, whatsappato, twittato e l’istantaneità degli scambi comunicativi, unitamente al desiderio di onniscienza, inducono ad una iper connessione alla rete con un conseguente incremento di isolamento dal reale intorno sociale.  Impossibile pensarsi senza il proprio dispositivo mobile, ci si sentirebbe fortemente a disagio, un “pesce fuor d’acqua” – specie se in compagnia di chi lo possiede – se non addirittura intimorito. E’ stato di recente coniato il termine “nomofobia” – formato col suffisso –fobia e il prefisso inglese, abbreviato, di no-mobile – proprio per nominare la paura che invade chi, per assenza di segnale o per altre cause, teme di rimanere sconnesso dal contatto con la rete di telefonia mobile. Una condizione di isolamento e alienazione, benché non di paura, è chiaramente identificabile nel volto della protagonista di un filmato, dal titolo “I forgot my phone” [trad. ho dimenticato il cellulare] (di cui sotto), pubblicato il 22 agosto su You Tube. Per inciso, anche la regista del video sembra non contemplare l’eventualità che si possa non avere uno smartphone! Chissà quante volte sarà capitato, anche a chi legge, di subire questa spiacevole, quanto imbarazzante, sensazione di estraneità in compagnia di persone che paiono in “temporaneo stato di off” rispetto alla conversazione faccia a faccia,  in quanto impegnate,  ognuna col proprio cellulare, a chattare con altri virtuali. Difficile pensare di separarsene anche mentre si cammina o si attraversa la strada tanto che a New York si è pensato di segnalare ai pedoni la pericolosità di questa pratica con cartelli stradali appositi in cui vi è scritto: “Pay attention while walking. Your facebook status update can wait” [trad., Fate attenzione mentre camminate. Il vostro aggiornamento di stato su facebook può attendere].  Lo smartphone è ormai diventato “l’amico tascabile”onnipresente sia quando ci troviamo soli che quando siamo in compagnia; ci consente di mediare l’interazione con gli altri reali e funge da possibile “via di fuga” quando si desidera evitare l’imbarazzo di una pausa, di un silenzio durante una conversazione  o quando si è poco interessati al proprio interlocutore e ci si annoia, pur rischiando di apparire scortesi nei riguardi di chi ci siede accanto. Ma al di là dell’uso fuor di galateo che se ne può fare è il tempo eccessivo che si “investe” in tale attività a dare conto del livello della sua tossicità: tanto più si è persuasi di non potersene staccare, tanto meno si perverrà ad una sua gestione consapevole. La capacità di autoregolarsi negli eccessi implica uno sforzo di volontà, delle azioni tese verso ciò che merita valore come la cura di sé che non può prescindere dalla cura della qualità delle proprie relazioni significative: la nostra più grande risorsa! Prendiamone atto pur continuando a servirci dei vantaggi che la tecnologia ci offre.
Auguro a tutti una equilibrata e consapevole navigazione!
Dott.ssa Moira Melis